The Right Stuff: Uomini Veri, come si è evoluta nel tempo la misteriosa figura dell’astronauta



Il modello per gli astronauti dello shuttle del 1978 rimase in vigore per tutto il programma, continua Abbey. Gli space shuttle venivano usati per missioni di riparazione nello spazio di satelliti che presentavano malfunzionamenti, incluso il telescopio spaziale Hubble. Queste missioni di riparazione erano un primato, e richiedevano la presenza di astronauti veterani, che potessero fare anche lunghe e stancanti passeggiate nello spazio. Gli shuttle inoltre comprendevano un modulo scientifico chiamato Spacelab, costruito dall’Agenzia spaziale europea. Il laboratorio orbitale forniva una piattaforma in cui gli astronauti potevano eseguire esperimenti di microgravità nell’ambito della fisica, astronomia, scienza dei materiali, osservazione della Terra, e altri.

Mandare i cittadini nello spazio

Via via che la NASA acquisiva confidenza con l’orbita terrestre bassa, emergeva un nuovo tipo di astronauta: il normale cittadino. I politici furono i primi con il senatore dello Utah Jake Garn e il membro del congresso della Florida Bill Nelson che volarono sullo shuttle rispettivamente nel 1985 e nel 1986.

“Immagino che avranno avuto i loro motivi per farlo” afferma Abbey, riferendosi ai dirigenti della NASA. “Il membro del congresso Nelson e il senatore Garn erano coinvolti nella supervisione delle attività della NASA, quindi, in un certo senso, questa esperienza personale gli ha dato la sensazione di cosa si faceva e come lo si faceva”.

Subito dopo il volo di Nelson, un vero semplice cittadino fu incluso nel volo sullo shuttle come specialista del carico utile: Christa McAuliffe, un’insegnante del New Hampshire. La missione finì in tragedia nel gennaio 1986 quando lo space shuttle Challenger si disintegrò durante il lancio, uccidendo McAuliffe e il resto dell’equipaggio composto da 7 membri.

“Quella fu la fine del programma spaziale per i cittadini” afferma Logsdon “il secondo cittadino ad andare in orbita sarebbe stato un giornalista, probabilmente [Walter] Cronkite”, ma dopo la perdita del Challenger, la NASA tornò a selezionare solo astronauti professionisti per i voli spaziali.

La prossima generazione di stazioni spaziali

In Unione Sovietica il programma spaziale proseguiva con lo sviluppo di stazioni orbitali. Furono fatti grandi passi avanti con Salyut 6 e 7, stazioni che furono occupate rispettivamente per un totale di 683 e 816 giorni. Quel lavoro portò direttamente a uno dei trionfi del programma spaziale sovietico/russo: il Mir.

“Il Mir è una sorta di enorme stazione spaziale multi-modulare” afferma Siddiqi. “Nel 1989 iniziò l’occupazione umana permanente del Mir, che proseguì continuativamente per 10 anni”.

Non andò sempre tutto bene, tuttavia. Nel 1997, durante il test di un nuovo sistema di aggancio a comando remoto, una navicella di trasporto delle dimensioni di un autobus entrò in collisione con i pannelli solari del Mir danneggiando uno dei sette moduli della stazione. I due cosmonauti e un astronauta della NASA che erano a bordo riuscirono a interrompere i collegamenti al modulo danneggiato e a sigillarlo. Più tardi, due di loro si avventurarono nel modulo depressurizzato nelle tute spaziali per eseguire delle riparazioni.

Questo tipo di incidenti, anche se a volte hanno messo a dura prova la cooperazione tra gli USA e la Russia post-sovietica, sono stati fondamentali per stabilire una partnership internazionale nello spazio. “I due fronti devono lavorare insieme. Devono essere trasparenti, bisogna condividere anche gli sbagli”, afferma Siddiqi. Parte di quell’apertura riguardava la conoscenza da parte degli astronauti delle culture dei reciproci Paesi. A partire dalla missione di aggancio Apollo-Soyuz nel 1975, i cosmonauti vivevano e venivano addestrati negli USA e gli astronauti della NASA facevano lo stesso in Russia.

“Potevano comunicare nelle relative lingue di origine, e questo è molto importante quando ci si trova in un veicolo spaziale”, afferma Weitekamp. “Una delle cose che si chiedeva spesso agli astronauti era di parlare la lingua che gli era meno familiare, perché in questo modo è meno probabile dare per scontati dei contenuti”.

Sia gli USA che la Russia fecero partire gli astronauti anche da altri Paesi, come ad esempio Inghilterra, Francia, Germania, Polonia, Ungheria, Messico, Canada e India. Il proliferare di programmi spaziali in tutto il mondo stava cominciando ad apportare contributi in termini di ricerca e hardware, e con il lancio del modulo russo Zarya nel 1998 iniziò la costruzione della successiva grande stazione spaziale.

Alla fine di ottobre la Stazione Spaziale Internazionale celebrerà 20 anni di presenza umana continuata. Essa traccia un’orbita intorno alla Terra ogni 90 minuti, ed è ampiamente considerata un trionfo di collaborazione internazionale: ha ospitato 240 astronauti provenienti da 19 Paesi, migliaia di esperimenti sono stati condotti in orbita, nei campi più disparati, dall’astronomia e la fisica alla botanica e la scienza medica.

I primi taikonauti

L’era moderna dell’esplorazione umana dello spazio ha visto anche l’arrivo di una new entry in orbita: la Cina. Negli anni ‘90, il programma spaziale cinese trasse vantaggio dal miglioramento nelle relazioni con la Russia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, afferma Brian Harvey, storico e autore che scrive sul programma spaziale cinese.

“I cinesi sono riusciti a beneficiare di tutta l’esperienza che l’Unione Sovietica aveva acquisito con Soyuz”, mandando gli istruttori a formarsi in Russia e acquistando la tecnologia del suo programma spaziale, continua Harvey. Nel 2003, Yang Liwei divenne il primo cittadino cinese nello spazio. Non essendo ingaggiata in una corsa allo spazio con altri Paesi, la Cina poté portare avanti un approccio lento e metodico all’esplorazione dello spazio, studiando molto bene manovre come l’aggancio, prima di metterle in pratica.

Riguardo alla selezione dei suoi astronauti, la Cina seguì il modello standard, scegliendoli dapprima tra i piloti militari. Ma il Paese imparò anche dalle difficoltà che incontrarono gli astronauti americani del programma spaziale USA. “Se pensiamo al Mercury 7, ad esempio, si trattava di un gruppo di persone ognuna molto sicura di se stessa che voleva fare a modo proprio”, afferma Abbey “credo che forse i cinesi abbiano invece cercato persone che non avrebbero presentato alcun tipo di difficoltà nella gestione”.

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