Senato Usa vota contro ritiro da Siria e Afghanistan voluto da Trump


Senato Usa vota contro ritiro da Siria e Afghanistan voluto da Trump


Il Senato americano, a maggioranza repubblicana, ha approvato una legge che mette in guardia l’amministrazione Trump dal ritirare in maniera precipitosa le truppe Usa dalla Siria e dall’Afghanistan. Uno schiaffo al presidente a poche ore dal discorso sullo stato dell’Unione. Il provvedimento – che ora andrà alla Camera a guida democratica – chiede che prima di iniziare il ritiro deve essere “certificata” la sconfitta di Al Qaeda e Isis.

Donald Trump interverrà stanotte per il terzo anno consecutivo davanti a Camera e Senato riuniti in seduta plenaria. Ma appare più che mai assediato. Il Senato, grazie a un gruppo di repubblicani ribelli che vota assieme ai democratici, a poche ore dal discorso sullo stato dell’Unione molla al tycoon un vero e proprio schiaffo, approvando una legge che mette la Casa Bianca in guardia dal ritiro delle truppe Usa in Siria e in Afghanistan. Un testo che ora va al voto della Camera a maggioranza dem.

Cresce però anche la pressione della magistratura, con la procura federale di New York che assesta al presidente due nuovi colpi di quelli che fanno male: prima chiede ai vertici del comitato organizzatore dell’Inauguration Day del gennaio 2017 tutte le carte relative agli eventi e ai partecipanti, sospettando donazioni sospette e reati come false dichiarazioni, riciclaggio, frode elettorale e fondi illegali dall’estero. Poi piomba la notizia che saranno ascoltati i responsabili della Trump Organization anch’essa sospettata di finanziamenti elettorali sospetti. Trump Organization oggi guidata dai due figli del tycoon, Donald Trump Jr. ed Eric Trump.

Tecnicamente è il suo secondo discorso sullo Stato dell’Unione, il più difficile, per la prima volta davanti a un Congresso diviso come il Paese dopo l’esito delle elezioni di metà mandato dello scorso novembre. E un Congresso in gran parte ostile, col presidente “anatra zoppa” inviso ai democratici che gli hanno giurato una guerra spietata e che sperano nel Russiagate, ma alle prese anche con il malumore crescente della base repubblicana, sempre più insofferente e pronta a boicottarlo se dovesse davvero proclamare l’emergenza nazionale per bypassare il Congresso sul muro.

Non facile dunque per il presidente raggiungere l’obiettivo del rilancio di un’immagine seriamente appannata, come dimostrano gli ultimi sondaggi. La sua leadership si è incrinata dopo la resurrezione dem nelle urne e dopo lo scacco dello shutdown più lungo della storia, trasformatosi in un boomerang per il presidente Usa e in una vittoria schiacciante per la speaker della Camera Nancy Pelosi. Più di un campanello d’allarme per le sue chance di rielezione. Trump sa che rischia di rimanere sempre più isolato e si sforza di consegnare alla nazione un messaggio di ottimismo, tracciando un bilancio positivo dei suoi due anni alla Casa Bianca a partire da una congiuntura economica da record. E rivendicando il successo della sua strategia per costringere a trattare la Cina sui dazi, e gli alleati sulle spese per la difesa e il dittatore nordcoreano Kim Jong sulla denuclearizzazione. E difende la scelta di porre fine il coinvolgimento militare Usa in Siria e Afghanistan.



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