L’ufficio ai tempi del coronavirus: addio agli open space?



Milton sostiene che un cubicolo eviterebbe a un colpo di tosse di viaggiare oltre una scrivania, ma è anche preoccupato dal fatto che una postazione di lavoro chiusa possa trattenere goccioline infette a cui verrebbe esposto chiunque acceda a quello spazio. Una ricerca del MIT mostra come uno starnuto sia in grado di lanciare goccioline potenzialmente infette fino a una distanza di circa 8 metri, ovvero ben oltre le attuali restrizioni di distanziamento sociale. 

Le barriere possono aiutare a prevenire la trasmissione del virus a causa del contatto fisico o delle grosse goccioline respiratorie rilasciate quando qualcuno starnutisce o tossisce, ma le superfici come le macchine del caffè o le maniglie delle porte giocano comunque un significativo ruolo nella diffusione del virus. Uno studio recente del New England Journal of Medicine ha evidenziato che il coronavirus potrebbe sopravvivere fino a tre giorni su superfici non porose come la plastica.

Edifici salutari e uffici casalinghi

Oltre alle disposizioni delle scrivanie, i designer e i ricercatori per la salute pubblica dovranno anche considerare tutti gli spazi di un ufficio in cui le persone si muovono – sia aperti sia isolati. “Come si fa negli ascensori? Nei corridoi? E negli ingressi?” chiede Joe Connell, designer commerciale e aziendale presso lo studio di architettura Perkin + Will

Per ridurre questo tipo di contatto, i datori di lavoro stanno prendendo in considerazione soluzioni come orari d’arrivo scaglionati, traffico pedonale d’ufficio direzionato, punti di attesa per gli ascensori e controllo della temperatura corporea al lavoro. WeWork sta riducendo il numero di postazioni a sedere nelle hall e nelle sale conferenza e sta creando ingressi a senso unico, inoltre pianifica di rilasciare nuove linee guida per il distanziamento dei suoi 600 mila clienti. E Sarva riferisce che Uber sta anche progettando di riportare il suo personale negli uffici di San Francisco, ma solo consentendo una presenza giornaliera del 20% dei lavoratori nell’edificio.

Molti esperti sperano che la pandemia sproni i datori di lavoro a fare ulteriori passi per rendere gli uffici nel complesso più salutari. Dopotutto, prima che l’epidemia del coronavirus ci costringesse a restare isolati nelle nostre case, la gran parte degli Americani trascorreva il 90% del suo tempo in luoghi chiusi. “Siamo una specie che predilige spazi chiusi”, dice Joe Allen, direttore dell’Healthy Buildings Program di Harvard. 

Le imprese potrebbero aumentare le sessioni di pulizia, utilizzando luci ultraviolette che uccidono il virus per disinfettare le superfici, installare filtri dell’aria, e investire maggiormente in tecnologia senza-tocco, come ad esempio porte e lavabi automatici. Allen afferma che le persone hanno anche bisogno del loro spazio personale, di luce naturale, e di sufficiente quiete per concentrarsi ed essere totalmente produttive.

Molti uffici non potranno permettersi di rinnovare i locali quando la pandemia allenterà la presa, e dunque molti datori di lavoro prenderanno in considerazione di rinunciare del tutto ad avere i loro dipendenti in sede. Uno studio eseguito dai ricercatori dell’Università di Chicago ha mostrato che il 37% del lavoro negli Stati Uniti potrebbe potenzialmente essere svolto in remoto.

E comunque, avere un posto centrale dove radunarsi e collaborare di persona resterà molto probabilmente essenziale per la gran parte delle imprese, e là dove l’open space persisterà, gli spazi con dipendenti stipati come sardine verranno esaminati – il che potrebbe portare a cambiamenti di design che garantiranno ai lavoratori maggiore spazio e flessibilità.

“Le aspettative delle persone in merito a queste strutture cambieranno”, dice Allen. “La prossima volta che torneremo nei nostri uffici, porteremo con noi un’idea totalmente diversa”.

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