Le tragiche sfide degli adolescenti migranti per avere un’istruzione



“Se li chiamo, si attivano”, afferma “e io non mollo”.

Dopo circa un mese, la sua costanza ha iniziato a dare i suoi frutti: più della metà dei suoi studenti partecipavano alle lezioni online, e più di una decina di loro partecipavano agli incontri virtuali settimanali, mentre all’inizio erano solo due.

Anche Aparicio era una ragazzina quando raggiunse sua madre negli Stati Uniti dal Messico, da dove provenivano. Quando ha notato che uno dei suoi studenti usava una presa elettrica in classe per caricare il braccialetto elettronico del servizio immigrazione, non disse che anche lei ne aveva indossato uno in passato. Non voleva che i ragazzi temessero che anche lei avrebbe potuto essere portata via.

“Siamo gli unici adulti su cui possono fare affidamento” dice “gli insegnanti sono i soli adulti che li ascoltano.”

“In un attimo il tuo potenziale scompare”

Anche prima della pandemia le pressioni sugli adolescenti migranti che erano spinti a lasciare la scuola e procurarsi dei soldi erano enormi: per pagare i debiti con i trafficanti, mandare denaro alle famiglie, aiutare fratelli e sorelle più piccoli, per sopravvivere. La perdita di un gran numero di posti di lavoro a causa delle chiusure determinate dal coronavirus ha solo ulteriormente inasprito il problema.

In America centrale le famiglie ipotecano case e terreni a tasse di usura per pagare i trafficanti, che chiedono cifre così alte che solo un salario statunitense permette di affrontare, secondo Richard Lee Johnson, ricercatore presso l’Università dell’Arizona. Negli altipiani settentrionali di Huehuetenango, in Guatemala, che sono un epicentro delle migrazioni, i trafficanti chiedono l’equivalente di 12.000 dollari, dicono i ragazzi. Questo, per coloro che riescono a raggiungere gli Stati Uniti, significa non avere scelta: dover abbandonare la scuola e cercare subito un lavoro nel mercato nero dell’agricoltura o nel campo dell’edilizia.

Olman, un ragazzo di 19 anni dell’Honduras con la licenza media, sapeva che quando finalmente sarebbe riuscito a raggiungere gli Stati Uniti non avrebbe frequentato la scuola, ma avrebbe cercato un lavoro (il ragazzo ha chiesto di non pubblicare il suo cognome); aveva sua madre e tre figli da mantenere. Eppure, quando si fermò per qualche giorno presso il campo profughi Casa del Migrante di Saltillo, in Messico, partecipò alle lezioni di inglese che venivano offerte nella caffetteria. Con fatica ha imparato a dire “ho fame” e “pollo, tacchino, maiale” e anche “sto cercando un lavoro” e “giardiniere”.

In Medio Oriente le ragazze rifugiate non escono di casa in cerca di lavoro. A volte vengono obbligate a matrimoni precoci (che portano doti) per alleviare il carico economico della famiglia. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) riporta che in Giordania, dove i rifugiati rappresentano il 20% della popolazione del Paese, il tasso delle rifugiate siriane che si sposano minorenni ha visto un drammatico aumento con il proseguire della guerra civile siriana e le condizioni sempre più disperate dei rifugiati.

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