Le origini delle proteste contro la violenza razziale



È uno schema che si sarebbe ripetuto centinaia di volte per molti anni dopo, traendo energia dal crescente movimento Black Power, che promuoveva l’orgoglio dei neri, la legittima difesa contro gli attacchi razzisti e l’autodeterminazione. Philadelphia, Harlem e Rochester bruciarono nel 1964, Los Angeles nel 1965 e Chicago e altre città nel 1966, fino alla “Lunga estate calda” del luglio 1967, quando in 163 città scoppiarono episodi di violenza collettiva contro la brutalità della polizia e l’indifferenza alla sofferenza dei neri.

Gli afroamericani bruciarono e saccheggiarono i negozi e subirono violente ripercussioni da parte delle forze di polizia delle grandi città, quasi interamente composte da bianchi. A Newark, nel New Jersey, 34 persone morirono, 23 delle quali per mano della polizia. A Detroit i morti furono 43, la maggior parte dei quali uccisi dai circa 17.000 agenti della polizia, Guardia Nazionale, e truppe militari inviati a soffocare la ribellione. Nell’aprile 1968, il dolore e la rabbia per l’assassinio di Martin Luther King, Jr. provocarono sommosse nelle quali oltre 100 città furono date alle fiamme.

Le insurrezioni degli anni ’60 differirono da quelle precedenti, del 1919 e del 1943. Le successive dimostrazioni — sia pacifiche, sia più dirompenti — furono condotte dagli afroamericani, diversamente dalle rivolte razziali di Chicago, Tulsa, Detroit e Los Angeles, che erano state istigate da bande di bianchi. Negli anni ‘60, quasi tutti gli episodi di saccheggio e incendio avvennero nei quartieri degli afroamericani, e presero di mira principalmente negozi locali di proprietà di bianchi, accusati di far pagare ai clienti neri prezzi maggiori per merci più scadenti. Alcuni bianchi si unirono agli atti di vandalismo ai danni dei negozi, ma le folle e i distretti commerciali interessati erano principalmente neri.

Gli unici bianchi che popolavano le strade in numero rappresentativo erano gli agenti delle forze dell’ordine, che alimentavano le fiamme dello scontento picchiando e sparando sui manifestanti. Molti americani bianchi, — inclusi i candidati alla presidenza Richard M. Nixon e George Wallace — acclamarono la polizia. Tra coloro che simpatizzavano con i contestatori neri c’erano membri di spicco della pregiata commissione bipartisan Kerner, stabilita dal Presidente Lyndon B. Johnson per investigare le cause delle sommosse degli anni ‘60.

I suoi 11 membri, incluso l’unico senatore nero della nazione, Edward Brooke (R-Mass) e il direttore esecutivo di NAACP Roy Wilkins, pubblicarono un report che rimarrà famoso che concludeva che per molti neri “la polizia era venuta per rappresentare il potere dei bianchi, il razzismo dei bianchi e la repressione dei bianchi”.

La faccia della protesta cambia

Nei decenni che seguirono il 1968, i focolai di proteste e conflitti furono geograficamente più isolati, ma le loro cause e la rabbia che li alimentava preannunciavano gli eventi del 2020. Nel 1992, a Los Angeles scoppiarono proteste e rivolte di massa dopo l’assoluzione degli agenti di polizia che furono ripresi in un video mentre picchiavano brutalmente il tassista nero Rodney King. Vent’anni dopo, le morti di altri afroamericani ad opera della polizia hanno innescato indignazione pubblica, proteste di massa e a volte attacchi ad attività di proprietà di bianchi.

Gli attivisti sparsi in tutto il Paese si riunirono nel movimento Black Lives Matter (Le vite dei neri contano, NdT), fondato nel 2013 da Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi in risposta al proscioglimento di un uomo della Florida che colpì a morte con colpo d’arma da fuoco uno studente nero di 17 anni, disarmato, Trayvon Martin, in visita dai parenti in un quartiere residenziale. Questa coalizione usa proteste, social media e pubblicità per fare luce sulla violenza della polizia contro gli afroamericani.

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