Le fotografie mostrano la complessità delle proteste oppure tramandano antiche bugie?



Alcuni giorni fa una fotografia mi ha fatto infuriare. Potrà suonare strano, ma è quello che è successo. Non è stata l’immagine in sé a disturbarmi. È stato il modo in cui veniva usata e i messaggi che trasmetteva. Una fotografia può mostrare la verità e al contempo contenere mostruose bugie. A volte quelle bugie riguardano le persone come me. 

La mattina successiva alla terza notte di proteste in tutta la nazione contro l’atroce omicidio pubblico di George Floyd, un uomo nero disarmato e ammanettato per mano di Derek Chauvin, un agente di polizia bianco di Minneapolis, ho chiamato il sito web della testata giornalistica e mi sono preparato al peggio. Come ormai sappiamo tutti, il video di Chauvin che soffoca il corpo prostrato di Floyd fino a provocarne la morte è stato ampiamente condiviso e diffuso sia sui media tradizionali che sui social. Le proteste contro quell’uccisione sono iniziate a Minneapolis e si sono rapidamente diffuse in tutto il mondo.

La morte di Floyd è stata solo l’ultima in ordine di tempo di un’inarrestabile serie di omicidi di afroamericani disarmati, perpetrati dalla polizia, dandone pubblico spettacolo. Ognuna di queste uccisioni, e ogni loro riproduzione nello spazio virtuale dei nostri smartphone e sugli schermi dei computer è come una martellata, un colpo fisicamente spossante ed emotivamente devastante. Come la maggior parte degli afroamericani, vivo nella consapevolezza che essere nero in America significa sapere che qualsiasi incontro con un poliziotto potrebbe essere fatale.

Non c’era niente di straordinario nella fotografia che mi sono trovato davanti sul sito web del giornale quella mattina. Ero andato a letto sapendo che le proteste, iniziate pacificamente, non sempre erano finite nello stesso modo. L’immagine, come era prevedibile, era un’immagine violenta. Un giovane afroamericano dominava il centro della foto: a torso nudo, era ritratto sopra il tetto di una macchina della polizia, danneggiata e avvolta dalle fiamme. 

Teneva sollevato sopra la testa quello che sembrava essere uno scudo antisommossa della polizia e sembrava furioso. La macchina della polizia era circondata da un numero indistinto di altri manifestanti, nell’aria c’erano scie di fumo e predominava un’atmosfera di caos. Era un’immagine di fotogiornalismo ben costruita, e l’ho odiata. Non intendo biasimare il fotografo. Il ruolo principale dei fotoreporter è quello di essere i nostri testimoni, ed è quello che è successo nel caso di questa foto. Quindi non sarò più specifico su chi l’ha scattata né su dove l’ho vista.

Il problema di quella foto è che racconta una sola storia, come direbbe Chimamanda Ngozi Adichie, sull’uomo sul tetto della macchina della polizia e sulle proteste a cui prese parte. Che l’uomo fosse sul tetto della macchina è vero. Ma la foto richiama alla mente anche una vecchia bugia sui neri. Invoca lo stereotipo vecchio di secoli secondo cui gli uomini neri sono intrinsecamente bestie selvagge, un’idea sulla natura della razza nera che è stata utilizzata per giustificare la schiavitù, il linciaggio e l’uso ingiustificato della forza da parte della polizia. Quell’uomo sicuramente ha una vita al di là del momento in cui la telecamera ne ha catturato l’immagine. Ma niente in quell’immagine ci porta a chiederci di chi potrebbe essere figlio, padre, vicino di casa o amico. 

La fotografia suggerisce anche che la protesta fosse caratterizzata da caos e confusione piuttosto che dalla richiesta che la polizia smetta di uccidere persone nere indifese. Quella non è stata l’unica foto sulle proteste che i giornali hanno riportato quel giorno. Altre testate fornivano maggiore contesto. Ma quell’immagine era proprio al centro della prima pagina. La mia irritazione, comunque, non si è fermata lì. Ciò che mi ha fatto alzare e allontanarmi dal computer è stata la certezza che avevo già visto quella stessa fotografia, che raccontava la stessa bugia, molte volte prima di allora.

È quasi istintiva la ricerca di un’immagine che definisca un particolare evento o momento storico. Pensiamo, ad esempio, all’utilizzo nei libri di testo e nei documentari della Madre migrante di Dorothea Lange, per simboleggiare la Grande depressione. Le icone hanno i loro limiti. Ma fondamentalmente nessuna singola immagine può riassumere un complesso fenomeno storico. Le madri povere erano sicuramente smunte e preoccupate, durante la Grande depressione, ma non vogliamo certo che la nostra conoscenza di quegli anni difficili si fermi a questa considerazione.

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