Il mondo sta diventando più violento?



Dico sempre agli studenti che l’enorme quantità di persone incontrate sul cammino, oggi decine di migliaia, dagli stupefatti pastori di cammelli fino ai pigri poliziotti in borghese, non sono meno umane di loro. Ma sono piuttosto disilluso rispetto a dove finisca davvero la crudeltà umana.

“Una donna, incinta con un feto di 6-9 mesi, è stata uccisa con un colpo alla testa, lo scheletro del feto preservato nel suo addome. La posizione delle sue mani e dei suoi piedi suggerisce che, prima di ucciderla, l’avessero legata.”

Questo dettaglio traumatico non proviene da un rapporto sulla moderna guerra in Afghanistan, in Ucraina o Yemen. Descrive bensì un sito archeologico kenyota di 10.000 anni fa, dove sono state trovate evidenze dell’incredibile brutalità degli antichi cacciatori-raccoglitori. I pionieri il cui viaggio a piedi sto ripercorrendo in questi anni. Gli scienziati hanno trovato 27 corpi di donne, uomini e bambini non sepolti, sparsi sulla scena di questo massacro preistorico.

L’obiettivo è non restare feriti. E ho scoperto che camminare è un ottimo modo per raggiungerlo. Camminare insegna la pazienza. Funziona come un antidoto contro la paura. Erode il cinismo sulla violenza degli altri Homo sapiens. Nella sua capacità di supportare la speranza, ti rende di nuovo bambino. La guerra più dura che abbia incontrato finora, durante il viaggio, è quella in corso dentro al contadino dalla folta barba Mohammed Sirajuddin Ahmed, 69 anni, ad Assam, India Nord-orientale.

Sirajuddin vive in una piccola città chiamata Nellie, tristemente famosa per essere stata sede di un massacro di musulmani operato dagli indù nel 1983. 2.000 contadini e le loro famiglie sono stati inseguiti e sterminati nei campi; un testimone ricorda le vittime che cercavano di proteggersi da frecce e proiettili usando pentole simili agli wok, i kadhais, come scudi. Sirajuddin è scampato alla morte, ma quattro dei suoi cinque figli no. Sua moglie Rejia Begum è stata colpita alle spalle da una lancia e ha abortito il bambino che portava in grembo, ma è sopravvissuta.

“Perché continuate a venire qui per parlarne?”, mi ha rimproverato con gentilezza Sirajuddin, centrando una delle verità scoraggianti dell’essere un testimone. “Non ne parliamo più molto, a parte quando vengono i media. Ora tu ne scriverai, e cosa succederà? Niente.”

Nonostante ciò, una volta ancora ha camminato su quelle risaie per mostrarmi dove un tempo c’erano anche i suoi morti, uno sopra l’altro. La peggiore delle guerre, quella tra vicini. Sirajuddin ha un approccio filosofico e il lutto non l’ha indurito, l’ha ammorbidito. Non c’era amarezza in lui.

A Nellie tutti sapevano chi c’era dietro gli omicidi di massa ma i sospettati non erano mai stati processati né imprigionati. Uno degli accusati, un uomo amichevole che ho intervistato, mi ha offerto una limonata fredda mentre mi avviavo fuori dalla città. Per un attimo ho pensato di non berla. Ma alla fine l’ho fatto. Per Sirajuddin.

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