Il caso George Floyd: quando finiranno le proteste?



In seguito, Johnson stanziò per Los Angeles una serie di fondi anti-povertà, un argomento di cui discusse con il reverendo King in una delle loro ultime telefonate segrete registrate. Pubblicamente, tuttavia, il Presidente criticò le sommosse e la violenza indicandole come estranee alla questione dei diritti civili e denunciando gli sciacalli come in netta contrapposizione alla causa della giustizia razziale.

Come ad Harlem, gli sforzi del governo federale per rivitalizzare Watts ebbero vita breve, furono perlopiù inefficaci e i fondi stanziati insufficienti. I membri della comunità tentarono di costruire una solidarietà politica tra leader delle gang, attivisti del Black Power, organizzazioni per i diritti civili e gruppi religiosi e civici. Ma i tentativi locali di sostenere le arti afroamericane, le alternative alle gang, i campi da gioco, l’integrazione scolastica e gli investimenti sicuri per le piccole imprese non disponevano di fondi sufficienti. Le priorità del governo federale erano cambiate.

Per come è stata rappresentata dai media nazionali, la rivolta di Watts rappresentò il fallimento del programma della Grande società di Johnson. Questa rappresentazione dei fatti facilitò l’ascesa di Ronald Reagan, che fu eletto governatore della California nel 1966 e alimentò un movimento politico conservatore più interessato al controllo della criminalità che all’eliminazione delle radici della rivolta razziale. Johnson si rese conto di trovarsi dal lato sbagliato di una strategia politica di logoramento: il Congresso era più intenzionato a sostenere lo sforzo bellico in Vietnam, che entrambi i partiti consideravano fondamentale per il futuro della democrazia, rispetto all’impegno contro la povertà, che un numero sempre maggiore di Repubblicani e Democratici riteneva indebolisse l’iniziativa dei singoli e incoraggiasse l’illegalità.

La Grande società americana avrebbe potuto riequilibrare la giustizia razziale ed economica o avrebbe ulteriormente criminalizzato e incancrenito le comunità nere? La risposta a questa domanda arrivò nel 1968 con la legge denominata “Safe Streets Crime Bill” che, per la prima volta, coinvolgeva il governo federale nel finanziamento delle risorse degli stati per la lotta alla criminalità, trasformando la guerra alla povertà in una guerra al crimine.

A differenza della Grande società, questa guerra è durata a lungo, riuscendo a criminalizzare un numero di afroamericani di gran lunga superiore a quello che si poteva immaginare all’indomani di Watts. Questo ordinamento giudiziario iniquo influisce su lavoro, edilizia, istruzione e benessere sociale di decine di milioni di afroamericani e innesca una reazione a catena di dolore, traumi e sofferenze che inevitabilmente portano a disordini politici a livello nazionale.

Le proteste per George Floyd rappresentano un nuovo grande punto di svolta nella storia Americana. Gli americani di ogni provenienza hanno un’opportunità generazionale di scegliere l’amore invece della paura, la “Comunità amata” del reverendo King invece dell’“Ordine pubblico”, di investire nei quartieri neri colpiti dalla segregazione razziale ed economicamente impoveriti invece di punire, contenere, sorvegliare e imprigionare le persone nere. In passato abbiamo avuto l’occasione di fare scelte ugualmente cruciali, come rivelano gli eventi di Harlem e Watts, e ogni volta abbiamo scelto la strada sbagliata. Proprio come nel 1968, dobbiamo fare una scelta morale e politica fondamentale. Io scelgo la speranza.

LETTERA ALL’UMANITÀ

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