I codici di Leonardo da Vinci, storia di una dispersione



“So bene che, per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta!  Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: “Quelli che dall’altrui fatiche se medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliono concedere”.  Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienza, che d’altrui parola, la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio e quella in tutti i casi allegherò”
 
La scrittura ed il disegno furono per Leonardo attività di primaria importanza, fortemente legate a quelle di artista e di scienziato. Il genio toscano aveva l’abitudine di portare sempre con sé quaderni e taccuini, sui quali annotava, con certosina minuziosità, tutto quello che lo colpiva del mondo che lo circondava.

Non meno abbondante era la produzione domestica. Nelle diverse dimore nelle quali soggiornò nel suo peregrinare, Leonardo era solito redigere progetti, disegnare macchine, preparare bozzetti o studi di quadri e sculture, o di

particolari di essi; era quello il momento in cui riordinava graficamente le idee concepite nel corso dei suoi spostamenti ed elaborava piani, programmi e propositi di lavoro, che affrontavano i più disparati argomenti in modo disordinato e irregolare. 

Il fascino esercitato da queste testimonianze è indiscutibile, perché ci consegna una sorta di fil rouge del vagabondare mentale di Leonardo e della sua insaziabile curiosità, definendone la geniale e complessa volubilità.
 
Il corpus leonardesco, costituito da oltre cinquemila pagine (probabilmente sono solo una piccola parte, si ritiene circa un quinto di quel che è giunto sino a noi) è senza dubbio la più consistente raccolta scritta del periodo rinascimentale riconducibile ad una sola persona.

La suddivisione attuale in codici non è sicuramente quella originale, dal momento che tutti questi materiali di lavoro hanno avuto una storia tormentata e complessa. Ricostruiamone brevemente le vicende. 

Sia manifesto ad ciaschaduna persona presente et advenire, che nella corte del Re nostro signore in Amboysia avanti de noy personalmente constituito Messer Leonardo de Vince pictore del Re, al presente comorante nello locho dìcto du Cloux appresso de Amboysia, el qual considerando la certezza dela morte e l’incertezza del hora di quella, ha cognosciuto et confessato nela dicta corte nanzi de noy nela quale se somesso e somette circa ciò havere facto et ordinato per tenore dela presente il suo testamento et ordinanza de ultima volontà nel modo qual se seguita.”

Comincia così il testamento di Leonardo da Vinci, stilato da lui stesso nel castello di Amboise, alla fine di aprile del 1519, davanti al notaio Guglielmo Boreau, alla presenza di cinque testimoni e dell’inseparabile allievo Francesco Melzi. Proprio al Melzi, esecutore testamentario, Leonardo lascia “li libri […] et altri Instrumenti et Portracti circa l’arte sua et industria de Pictori”, oltre alla collezione dei disegni. E’ un lascito dall’incredibile valore quello che l’allievo non ancora trentenne del genio toscano eredita, è il lavoro di una vita, molte migliaia di pagine di disegni, appunti, ritratti.


Presunto autoritratto di Francesco Melzi. ©Wikipedia

Con la morte del maestro il Melzi torna in Italia, nella sua villa di Vaprio d’Adda (Milano); è in questo luogo che il cospicuo materiale viene gelosamente conservato, qui che l’allievo si dedica a selezionare gli scritti leonardiani per compilare il trattato o “Libro di pittura” oggi conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Dopo la morte del Melzi, avvenuta nel 1570, anche a causa della la colpevole negligenza del figlio Orazio, cominciano le rocambolesche peripezie dei codici leonardeschi che iniziano ad essere oggetto di furti, vendite, passaggi, donazioni, appropriazioni e smarrimenti. In questa fase sono tre i personaggi che a vario titolo si rendono protagonisti.

Il primo ad entrare in questa vicenda e un certo Lelio Gavardi di Asola, preposto di S. Zeno in Pavia, già precettore in casa Melzi,  tra il 1585 e il 1587 sottrae dalla dimora di Vaprio d’Adda ben tredici volumi contenenti note, appunti e disegni di Leonardo con l’idea di ricavarne lauti guadagli vendendoli al Granduca di Toscana, Francesco de’ Medici, appassionato collezionista d’arte; ma la speranza è disattesa a causa della morte del Granduca nel 1587. Il Gavardi però non si perde d’animo, sempre più risoluto a realizzare un affare si reca a Pisa, dove i quegli anni studia legge Aldo Manuzio il giovane, nella certezza di poter cedere a lui quel prezioso materiale.

E’ a questo punto della storia che fa la sua apparizione un altro personaggio che giocherà un ruolo fondamentale, si tratta di Giovanni Mazenta, appartenente ad un antico e illustre casato milanese,  anche lui a Pisa in quel periodo. E’ lo stesso Mazenta nelle sue “Memorie” a fornirci indicazioni di grande importanza per capire alcune delle travagliate vicende dei codici leonardeschi in questa fase. Come da lui stesso riportato, riesce a convincere il Gavardi a restituire ad Orazio Melzi i testi trafugati, quest’ultimo un po’ per riconoscenza un po’ perché ignora il loro valore, gliene fa dono invitandolo anche a ritirare altri disegni e scritti ancora conservati nel sottotetto della sua dimora. La notizia dell’accaduto e il disinteresse degli eredi Melzi presto sono di dominio pubblico, alla villa di Vaprio cominciano a presentarsi collezionisti e affaristi di vario genere ansiosi di accaparrarsi, come scrive ancora il Mazenta “disegni, modelli plastici, anatomie, con altre preziose reliquie del studio di Leonardo”.

Entra in scena il terzo personaggio, forse il più importante: Pompeo Leoni, scultore italiano alla Corte di Spagna di Filippo II e grande appassionato dell’opera di Leonardo. E’ lui a convincere Orazio Melzi a reclamare i tredici volumi frettolosamente donati, promettendogli cariche onorifiche nel Senato di Milano.
Il Melzi ottiene la restituzione di sette volumi dal Mazenta, ai quali ne rimangono sei, di questi, tre sono donati rispettivamente all’arcivescovo Federico Borromeo (oggi Manoscritto C di Francia), al pittore Ambrogio Figino e a Carlo Emanuele I duca di Savoia, mentre gli altri tre finiscono nelle mani del Leoni.
La paziente opera di persuasione dello scultore raggiunge il suo scopo, tanto che alla fine del 1500 a Madrid sono presenti circa 50 volumi contenenti il lavoro del genio toscano.


El Greco, Ritratto di scultore (1576-1578), ritenuto un possibile ritratto di Pompeo Leoni. ©Wikipedia

In questi anni i manoscritti vengono riorganizzati in modo del tutto personale dal Leoni, che li scompagina e li assembla a suo piacimento, vanificando l’ordine originario. Questo lavoro se da una parte è stato aspramente criticato dagli studiosi, dall’altro ha permesso che almeno una parte dei manoscritti di Leonardo giungesse sino a noi.

La morte di Pompeo Leoni, avvenuta a Madrid il 9 ottobre 1608, apre nuovi scenari. Molti dei codici tornano in Italia, non a Firenze, dove Cosimo II de’ Medici ne rifiuta l’acquisto, ma a Milano, dove Galeazzo Arconati, nobiluomo milanese, ne compra una buona parte, donandoli nel 1637 alla Biblioteca Ambrosiana, fondata in quel periodo dal cardinale Federico Borromeo. Tra questi c’è il famoso “Codice Atlantico“, ceduto da Polidoro Calchi, marito della figlia di Pompeo, Vittoria, proprio all’Arconati. Questo codice è una raccolta miscellanea frutto proprio del lavoro di scomposizione e ricomposizione del Leoni, che incollò millesettecentocinquanta fogli e frammenti sparsi su pagine di grande formato poi rilegate in volume.

Degli altri manoscritti, due rimangono in Spagna, in possesso di Don Juan de Espina; passati poi alla Corona spagnola, risultano per la prima volta catalogati nell’inventario del 1831-1833, quando vengono trasferiti dal Palazzo Reale alla Biblioteca Nacional; ma un’errata trascrizione ne fa perdere le tracce fino alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando saranno ritrovati per un caso del tutto fortuito.

In Inghilterra, nel castello reale di Windsor, ove tuttora è conservato, giunge invece altro materiale, fogli non rilegati con disegni naturalistici, anatomici e di figura, frutto anche questo dell’arbitrario assemblaggio del Leoni.

Di un altro codice sappiamo che, dopo essere stato acquistato in Spagna negli anni ’30 del Seicento dal collezionista d’arte inglese Thomas Howard, venticinquesimo Lord Arundel (da cui prende il nome), viene portato in Inghilterra, per essere in seguito donato alla Royal Society di Londra ed arrivare infine, tra il 1831-32, al British Museum, dove attualmente è conservato.

Ancora a Londra si trovano tre codici di piccolo formato ricevuti in eredità dallo scrittore John Forster e donati dopo la sua morte al Victoria and Albert Museum nel 1876.

Ma le vicende dei manoscritti di Leonardo non terminano qui, facciamo un passo indietro; il materiale tornato a Milano nel XVII secolo rimane custodito, ad eccezione del Codice Trivulziano ceduto nel 1750 al principe Trivulzio, presso la Venerabile Biblioteca Ambrosiana fino al maggio 1796, quando Napoleone Bonaparte, entrato trionfalmente nel capoluogo lombardo, con il pretesto di tutelare quelli che erano definiti “i monumenti delle scienze e delle arti”, ne ordina il trasferimento in Francia.

Il 24 maggio il commissario di guerra Peignon si presenta all’Ambrosiana insieme all’incaricato Pierre-Jacques Tinet con un dettagliatissimo elenco dei beni da prelevare, fra cui “le carton des ouvrages de Leonardo d’Avinci (sic)”. Le casse contenenti gli oggetti sono spedite a Parigi il 29 maggio dove, giunte solo il 25 novembre, sono divise tra la Bibliothèque Nationale e l’Institut de France.

Con la caduta di Napoleone nel 1815 le truppe alleate occupano Parigi, ognuna delle potenze interessate dalle spoliazioni invia un proprio Commissario con il preciso mandato di recuperare gli oggetti d’arte depredati; l’anziano barone von Ottemfels-Gschwind, quasi del tutto digiuno di scienza e arte è l’incaricato dell’Austria, della quale la Lombardia faceva parte insieme al Triveneto.

Anche in quest’occasione non mancano i colpi di scena. Un po’ per disinteresse, un po’ per palese incompetenza, il commissario austriaco rischia di lasciare alla Bibliothèque Nationale il Codice Atlantico, perché non riuscendo a leggere la celebre grafia inversa di Leonardo, lo scambia per un testo cinese, e quindi non di sua competenza. La storia ci tramanda che fu Antonio Canova, commissario del papa, a far notare all’anziano barone il grave errore che stava commettendo e quale tesoro stava rischiando di lasciare in Francia.


Codice Atlantico. ©Wikipedia

Non furono recuperati i dodici piccoli codici presenti nell’inventario, semplicemente perché si trovavano all’Institut de France, dove tuttora sono conservati; il commissario austriaco invece di cercare di recuperarli, si accontentò di tre altri volumi (vecchie copie di codici vinciani che considerò originali) e il 5 ottobre 1815 rilasciava la seguente ricevuta di avvenuta consegna “a eccezione di nove volumi manoscritti di mano di Leonardo da Vinci, che secondo la dichiarazione dei signori conservatori non sarebbero mai arrivati alla Biblioteca del Re” (“à l’exception de neuf volumes mss. de main de Leonardo da Vinci, lesquels d’après la déclaration de messieurs les conservateurs, ne seraient point arrivés à la Bibliothèque du Roi”).

La storia dei codici di Leonardo non finisce qui, riservandoci altre sorprese. Verso il 1840 il matematico italiano Guglielmo Libri, grazie al suo incarico di  Secrétaire de la Commission du Catalogue général des manuscrits des bibliothèques publiques de France (Segretario della Commissione del catalogo generale dei manoscritti delle biblioteche pubbliche di Francia), sottrae diverse parti dai manoscritti conservati presso l’Institut de France. Riunisce i vari fogli asportati in due volumi, per venderli in un secondo momento al conte Bertram Ashburnham. Parte del materiale sottratto verrà poi rivenduto allo stesso Institut de France dagli eredi del conte.

Il Libri sottrae anche l’intero Codice sul Volo degli uccelli che era inserito in uno dei manoscritti da lui depredati, la parte principale viene acquistata dal conte Giacomo Manzoni, appassionato bibliofilo e ceduta dagli eredi nel 1892 a Fëdor Vasil’evic Sabašnikov che l’anno successivo dopo aver recuperato anche uno dei cinque fogli mancanti lo dona a Umberto I che lo affida alla Biblioteca Reale di Torino. Un altro foglio è recuperato nel 1903, mentre gli ultimi tre mancanti sono donati nel 1926 al re Vittorio Emanuele III dal banchiere svizzero Henry Fatio.

Prima di arrivare alle conclusioni prediamo brevemente in esame la storia del Codice Leicester, anche noto come Codice Hammer, dal nome del suo penultimo proprietario che lo acquistò ad una asta nel 1980.  Il codice, unico oggi ad essere di proprietà di un privato, ha avuto una storia diversa rispetto agli altri; estraneo all’eredità del Melzi, risulta essere di proprietà dello scultore milanese Guglielmo della Porta già nel 1537.  Le vicende successive di questo codice non sono note, dato che ricompare solo attorno al 1690 acquistato da Giuseppe Ghezzi, che nel 1717 lo vende a Thomas Coke conte di Leicester.

Il codice rimane di proprietà degli eredi del conte fino al 1980, quando, messo all’asta, viene acquistato da Armand Hammer per 5,6 milioni di dollari. Nel 1990, alla sua morte, il petroliere collezionista lascia il codice all’Armand Hammer Museum of Art and Cultural Center dove però rimane poco. Solo pochi anni dopo è di nuovo messo in vendita e l’11 novembre 1994 acquistato da Bill Gates per 30 milioni 802.500 dollari.

Ecco in sintesi la storia alquanto tormentata e complessa dei codici di Leonardo, un’avventura bibliografica e intellettuale che muove da cinque secoli energie e passioni di decine di appassionati e studiosi, un’eredità che non è eccessivo definire Universale.

 
Raccolta disegni Windsor. ©Wikipedia

I Codici di Leonardo da Vinci
Il Codice Atlantico (Milano, Venerabile Biblioteca Ambrosiana)
La Raccolta di Windsor (Windsor Castle, Royal Library)
Il Codice Arundel (Londra, British Museum)
I Codici dell’Istituto di Francia (Parigi, Institut de France)
Il Codice Forster (Londra, Victoria and Albert Museum)
Il Codice sul volo degli uccelli (Torino, Biblioteca Reale)
Il Codice Trivulziano (Milano, Biblioteca Trivulziana del Castello sforzesco)
I Codici di Madrid (Madrid, Biblioteca Nacional)
Il Codice Leicester (ex Codice Hammer) (Seattle, Collezione di Bill Gates)
Il Codice Ashburnham (Parigi, Institut de France)
 
 
 

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