Giorno della Memoria: l’emozionante storia di una sopravvissuta



Mentre le ragazze entravano nel campo, Linda Reich, una delle sopravvissute, sussurrò a un’amica: “Questa deve essere la fabbrica dove andremo a lavorare”. La struttura, in realtà, era una camera a gas.

Durante i successivi tre anni, furono costruiti cinque forni crematori e camere a gas all’interno di un complesso di caserme che copriva quasi 40 chilometri quadrati. Anche se il campo non fu pienamente operativo fino a luglio, i nazisti avevano già altri modi per uccidere quelle giovani donne. Una dieta da fame di circa 600 calorie al giorno, combinata con lavoro straziante che includeva la demolizione di edifici e la pulizia delle paludi a mani nude, le consumava. “Le ragazze iniziavano a morire”, dice Edith.

“Alcune persone dicono che gli angeli hanno le ali”, la voce di Edith si fa dolce e pensierosa. “I miei invece avevano i piedi”. Uno dei lavori meno faticosi nel campo era quello di ordinare i vestiti e le cose dei nuovi prigionieri. Margie Becker fu incaricata di farlo e, quando le scarpe di Edith si ruppero, le portò un buon paio. “Le scarpe potevano salvarti la vita”, afferma Edith.

Ma ci sarebbe voluto ben più delle scarpe per salvare la sorella di Edith. Nell’agosto 1942, le donne furono trasferite in un altro campo nel complesso di Auschwitz: Birkenau. Le condizioni di vita lì erano così dure che presto un’epidemia di tifo si diffuse tra i blocchi degli uomini e delle donne, uccidendo allo stesso tempo prigionieri e guardie SS.

Quando Lea si ammalò, faceva parte di una squadra di lavoro che stava tutto il giorno in acqua fredda per ripulire i fossati. Per settimane, Edith diede a Lea la sua zuppa perché non riusciva a ingoiare il pane. Fino a quando sua sorella, debilitata dalla febbre, non riuscì più ad alzarsi.

In qualche modo, Edith ebbe la fortuna di essere assegnata alla selezione dei vestiti, ma una sera, quando tornò al suo blocco dopo il lavoro, apprese che Lea era stata trasferita al Blocco 22, il reparto malati. Nessuno era mai uscito vivo da quel luogo, dove i prigionieri erano stipati fino a quando i camion li avrebbero portati nelle camere a gas.

Un giorno, Edith riuscì ad avvicinarsi di soppiatto al Blocco 22, dove trovò Lea stesa a terra sul pavimento. “Le ho stretto la mano, l’ho baciata sulla guancia. Sapevo che poteva sentirmi. Ero seduta con lei, guardando il suo bel viso, e sentivo che avrei dovuto essere io lì al suo posto. Il senso di colpa del sopravvissuto… non passa mai”.

Il giorno successivo, il 5 dicembre, era lo Shabbat Hanukkah. Edith tornò al Blocco 22 prima di andare al lavoro e Lea giaceva ancora a terra. “Si stava deperendo” dice Edith che non ebbe altra scelta che abbandonare sua sorella. “Faceva così freddo e lei era in coma”.

Lo stesso giorno, i nazisti avevano preso provvedimenti per liberare il campo dai prigionieri infetti. Quando il gruppo di Edith tornò dal lavoro, fu ordinato loro di spogliarsi e marciare nudi oltre i cancelli e le guardie SS. Le donne che avevano i punti rivelatori del tifo furono portate nelle camere a gas.

La vista all’interno dei cancelli stupì Edith. “Il campo era vuoto”, dice. La sopravvissuta Linda Reich ricorda di aver ritrovato nel suo blocco solo 20 delle migliaia di donne che erano lì quella mattina. Tutte le altre furono portate nelle camere a gas; Lea era tra loro.

Edith non voleva vivere senza Lea, ma era una combattente. “Perché siamo sopravvissute se non per raccontarlo?”, dice. Per lei, il coraggio di continuare a combattere, la volontà di sopravvivere, venne da uno dei suoi angeli con i piedi, la sedicenne Elsa Rosenthal. Le Lagerschwestern, sorelle di campo, erano le donne che si occupavano di chi era in difficoltà, specialmente dopo la morte di una sorella. Elsa, in quanto sorella di campo di Edith, si assicurò che lei mangiasse. Di notte le dormiva accanto e la teneva al caldo; le disse perfino: “Non posso sopravvivere senza di te”. “E così devo vivere”, dice Edith.

Lasciare Auschwitz: “La neve era rossa di sangue”

Quasi tre anni dopo l’arrivo ​​ad Auschwitz da adolescenti, Edith e le sue poche amiche sopravvissute dovettero affrontare un’ultima prova. I nazisti stavano progettando di evacuare il campo e fuggire dall’esercito sovietico in avvicinamento. In lontananza, i cieli notturni brillavano di rosso e oro mentre bruciava Cracovia. Il 18 gennaio 1945, nel mezzo di una bufera di neve, gli ultimi prigionieri di Auschwitz furono costretti a quella che divenne nota come la marcia della morte verso il confine tedesco. Si stima che 15.000 prigionieri del complesso dei campi di Auschwitz morirono nelle marce di giorni attraverso la Polonia verso i valichi di frontiera in Germania.

Di tutti gli orrori e le difficoltà che hanno subito le ragazze del primo trasporto, “questo è stato il peggiore”, dice Edith. “La neve era rossa di sangue”. Se un prigioniero inciampava e cadeva, gli sparavano. La sorellanza era appesa a un filo. Se una delle loro amiche cadeva nella neve, Elsa ed Edith la rimettevano in piedi prima che un ufficiale delle SS potesse spararle. Quando Edith sentì di non poter fare un altro passo in più, la sua amica d’infanzia Irena Fein la esortò a continuare. Non c’era cibo e dormivano nei fienili. “Perché sono sopravvissuta zoppicando, mentre altre che erano sane non sono riuscite a farlo?” si chiede Edith.

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