George Floyd: nelle sue ultime parole, il ricordo della madre scomparsa due anni fa



Questo articolo è stato pubblicato in collaborazione con The Undefeated, sito web dell’emittente ESPN che tratta dell’incontro tra razze, culture e sport. Questo articolo è apparso anche su TheUndefeated.com. ESPN e National Geographic sono entrambi di proprietà della The Walt Disney Company.

Il fotogramma del video di George Floyd su Facebook, ammanettato a pancia in giù mentre un agente della polizia di Minneapolis gli preme un ginocchio sul collo, dà un senso di compressione. 

Floyd giace immobilizzato, si lamenta, schiacciato sull’asfalto, mentre le macchine gli passano accanto, la radio della polizia emette i classici “bip” e sul posto si radunano i passanti; urlano che il naso di Floyd sta sanguinando e supplicano gli agenti. “Lascialo respirare, amico!” grida a un certo punto un passante. 

Ti prego!” implora Floyd mentre è schiacciato a terra. Le sue suppliche si mescolano ai rumori circostanti. Suoni scomposti dello scontro tra visioni contrastanti di sovranità, proprietà, autorità sugli uomini di colore, compressi nella stretta cornice degli ultimi momenti di Floyd.

“Mamma!” grida Floyd, 46 anni. “Mamma! È la fine” dice l’uomo morente, riesco a distinguere le sue parole. Il richiamo alla propria madre è una preghiera. La madre di Floyd è deceduta due anni fa, ma per lui è come un’invocazione sacra. 

 “È un essere umano!” supplica angosciosamente qualcuno nel disperato tentativo di risvegliare la ragione, la compassione o il valore del giuramento prestato dagli agenti. Ma in quel momento, per quegli agenti non c’è spazio per l’umanità. Non quella di Floyd, ma di loro stessi.

Non volevo aprire quel video. Non volevo vedere un’altra tortura perpetrata per mano della polizia. Non volevo vedere cosa spinge un uomo a premere il ginocchio sul collo di un altro uomo fino a non farlo più respirare. Ma ho sentito che quell’uomo nero aveva chiamato sua madre mentre stava morendo, e anche io sono la madre di un nero. Una di quelle che da sempre risponde a quel richiamo. Che deve rispondere alla chiamata per la divina sorellanza delle madri nere. Anche quando non sono i nostri figli, siamo chiamate a testimoniare. 

Ero in sala parto con mio figlio, nel pieno del dolore senza l’aiuto dei farmaci, tranne quelli che amplificavano le contrazioni. Mentre si restringeva la mia visuale, mi concentrai su un punto sopra di me e sentii le infermiere parlare di me come se non fossi lì. Fissai il soffitto e chiamai mia madre più e più volte. Ci sono momenti nella vita in cui ti senti in bilico, e in quei momenti, vorremmo tornare indietro, all’inizio, al primo momento in cui siamo stati riconosciuti. 

I soldati in fin di vita chiamavano le loro mamme, secondo i rapporti sul campo di battaglia della guerra civile. L’anno scorso, un articolo su The Atlantic citava un’infermiera di una casa di cura. “Quasi tutti chiamano la ‘mamma’ nell’ultimo respiro”.

Siamo la sicurezza. L’ancora. Un modo per chi è vicino alla fine per ritrovare la strada verso casa. Questo è particolarmente vero per le madri nere, che hanno esperienza di tutti i terribili destini riservati ai corpi dei neri. Siamo la difesa contro le persone che non ci vedono. Siamo l’affermazione della vita dei neri. 

Per i neri che sentono che stanno per andarsene, siamo la certezza della memoria, della giustizia, delle attese di 10 ore per esprimere il nostro voto nei seggi elettorali. Non ci lasceremo smuovere. 

Ho spesso immaginato il 14enne Emmett Till che chiamava sua madre, Mamie Till-Mobley, mentre veniva rapito, torturato e ucciso per la falsa testimonianza di Carolyn Bryant Donham, che l’America aveva ammantato con l’idea selvaggia della femminilità bianca. La risposta della madre nera fu di far aprire la bara di suo figlio per mostrare le atrocità sul suo corpo e cambiare la nazione.

È il dovere delle madri nere, reso sacro da tutte le orribili Karen (Becky, Katie, e altre), che minacciano di chiamare la polizia contro i neri perché capiscano in che Paese viviamo. È il dovere reso sacro da tutti gli avvertimenti e le preghiere, dai patti che cerchiamo di stringere di nascosto con il nostro Dio, quando i ragazzi neri attraversano le strade, o giocano nei parchi, o prendono l’auto, o diventano uomini che non fanno niente di male, ma sono comunque neri.

È un dovere reso sacro dal nostro bisogno di proteggerci da tutte quelle persone che pensano di avere il dominio sulle vite dei neri. Dalla polizia che discrimina e da chi ci nega quanto ci spetta, da chi denuncia senza motivo e da chi ci punta il dito contro.

Il padre e il figlio con lo sguardo nel vuoto che imbracciano il fucile in Georgia, la donna con la mascherina, manager di un’azienda di investimenti che minaccia senza motivo di chiamare la polizia a New York, l’agente brutale che ha imparato come tenere con un ginocchio un uomo schiacciato a terra fino alla morte, potrebbero non vedersi. Ma noi, madri nere, vi vediamo. 

Mentre i passanti urlano agli agenti a Minneapolis “Sta morendo! Lo stai uccidendo!” Floyd non si muove da tempo, probabilmente è già morto. Nel modo in cui i neri si sono abituati a vedere queste scene, nel suo ultimo respiro, lui ha già vinto. 

Chiama la madre per essere riconosciuto da Dio. Da colui che lo ha donato a lei. Ho guardato il video di Floyd, per noi, i vivi. È il mio sacro compito. Sono una madre nera. 

Da Milano e Roma a Torino, migliaia di giovani hanno ricordato George Floyd con otto minuti di silenzio per dire no al razzismo. 

UN MESSAGGIO SEGRETO SCOPERTO NELLA STATUA DI GESÙ

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