Foto Rosh HaShanà, il capodanno ebraico – 1 di 15



Durante Rosh HaShanà per le strade e nelle sinagoghe di Gerusalemme risuona lo Shofar, un corno di montone che è uno dei principali simboli di questa ricorrenza. È uno strumento citato di frequente nella Bibbia, nel Talmud e negli scritti rabbinici.

“Nel settimo mese, il primo del mese, avrete un giorno di astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione” – Levitico 23:23 24

Nella tradizione ebraica c’è un momento dell’anno in cui ogni uomo viene messo di fronte al giudizio divino per rispondere delle proprie azioni. Due giorni di augurio e preghiera, in cui le famiglie si riuniscono per festeggiare di fronte a una tavola imbandita e i corni di montone risuonano nelle strade di Gerusalemme, annunciando l’inizio del nuovo anno. La festa quest’anno avrà inizio la sera del 29 settembre e si protrarrà fino alla sera del 1 ottobre.

Sono i giorni di Rosh HaShanà, il capodanno ebraico, una ricorrenza che cade nei primi due giorni del mese di Tishrì e apre un periodo di rinnovamento spirituale che culmina dieci giorni dopo nella solennità di Yom Kippur. Quando pensiamo al capodanno la nostra immaginazione va subito ai fuochi d’artificio, al conto alla rovescia di mezzanotte, ai brindisi e ai balli che segnano la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo. E viene naturale pensare che un po’ in tutto il mondo, con le comprensibili differenze di costume, il capodanno abbia più o meno lo stesso sapore e significato. 

A Rosh HaShanà il clima è quello di festa, ma nelle case si intingono le mele nel miele come gesto di buon auspicio per l’anno che verrà e si mangia il melograno, come simbolo di prosperità e rettitudine. Ma questa ricorrenza è conosciuta anche come Yom ha-Din, il “Giorno del Giudizio”, momento in cui ogni uomo viene al cospetto di Dio per essere giudicato per le sue azioni. 

In questo giorno verrà deciso chi sarà iscritto nel libro della vita e la decisione verrà decretata al termine del periodo di penitenza che porta a Yom Kippur, la più importante fra le festività ebraiche. Sono gli Yamim Noraiim, i dieci giorni terribili, in cui ogni uomo è chiamato a fare i conti con se stesso per cambiare il proprio destino.

Sono giorni molto seri ma anche di grande festa, e lo scorso anno ho avuto la fortuna di viverli molto da vicino, scattando laddove possibile nelle strade del quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, e partecipando alle celebrazioni di una famiglia che mi ha aperto le porte della sua casa con un sorriso e molte storie da raccontare. 

È stato per me e per Martina Mieli, che è stata al mio fianco in questa avventura fin dall’inizio, l’inizio di un percorso straordinario, e il primo passo per la realizzazione di un progetto fotografico portato avanti con il Keren Kayemeth LeIsrael (il Fondo Nazionale Ebraico) che a gennaio 2019 culminerà in una esposizione al MAXXI di Roma degli scatti realizzati in questo (del 2018) e nei successivi viaggi in Israele.

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