Foto Naufragi misteriosi – 1 di 5



La Terror, una delle due navi della sventurata spedizione di John Franklin, è stata ritrovata nel 2016 al largo dell’Isola di Re Guglielmo, nell’Artide canadese. La scialuppa nella foto affondò assieme alla nave ed è adagiata sul fondo a poca distanza dalla stessa. Fotografia di Thierry Boyer, Parks Canada 

Il Passaggio a Nord-Ovest è apparso per secoli come un miraggio. Nel 1497 e nel 1498 Giovanni Caboto spinse le sue navi verso l’ignoto senza trovarlo. Martin Frobisher, Henry Hudson e James Cook lo cercarono, invano, tra le gelide acque dell’estremo Nord.

Nel maggio del 1845 Sir John Franklin, celebre esploratore e ufficiale della Royal Navy, si assunse l’onere della ricerca di una rotta di collegamento tra l’Atlantico e il Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico. Agli ordini dell’Ammiragliato britannico, Franklin salpò dal Tamigi con 133 uomini di equipaggio e due enormi vascelli, l’Erebus e il Terror, equipaggiati per la navigazione polare. Fu l’inizio di uno dei peggiori disastri nella storia delle esplorazioni artiche.

Sulla carta sembrava che non mancasse nulla: l’equipaggio era giovane, forte ed esperto; le navi, i cui scafi erano rinforzati con placche di ferro, erano provviste delle tecnologie più innovative dell’epoca vittoriana, dal motore a vapore all’impianto per il riscaldamento dell’acqua, e di una delle prime macchine fotografiche. A bordo c’erano viveri e bevande per più di tre anni, nonché due organetti a cilindro e oltre 2.900 libri. Ma quei piccoli mondi galleggianti non erano sufficienti per affrontare i mari ghiacciati dell’Artide.

Nel settembre del 1846 entrambe le navi erano imprigionate tra i ghiacci marini a nord-ovest dell’Isola di Re Guglielmo. E così rimasero per almeno un anno e mezzo, nel feroce gelo polare. Nell’aprile 1848 erano morti 24 uomini, tra cui lo stesso Franklin. Gli altri avevano abbandonato le navi. In un breve messaggio lasciato in un tumulo di pietre sull’Isola di Re Guglielmo, il nuovo comandante della spedizione Francis Crozier scrisse che si stavano mettendo in marcia verso il fiume Back, forse alla ricerca di una zona di caccia migliore o addirittura per raggiungere un avamposto del commercio di pellicce che distava più di 1.000 chilometri. Fu l’ultima comunicazione di Crozier con il mondo esterno.

Le squadre di ricerca setacciarono per anni le coste della regione nella speranza di trovare dei superstiti, o almeno qualche indizio sulle sorti della spedizione. Furono rinvenuti accampamenti deserti, ossa di cadaveri maschili e centinaia di reperti, da brandelli di camicie di cotone a cucchiaini d’argento. I cacciatori inuit raccontarono di aver visto marinai affamati trascinare pesanti slitte sul ghiaccio e di aver trovato successivamente tracce di cannibalismo. L’opinione pubblica britannica, però, fu restia a crederci e i giorni finali della spedizione Franklin entrarono nel mito, esercitando un fascino che stenta a morire.

Poi nel 2014, in acque piuttosto basse a sud dell’Isola di Re Guglielmo, è stata ritrovata la Erebus, quasi nel punto esatto in cui la collocavano le testimonianze storiche degli Inuit. Due anni dopo, sul fondo di una baia, è stata individuata anche la Terror, grazie a un gruppo di ricercatori guidato dalla guardia forestale inuit-canadese Sammy Kogvik. La Terror, dice l’archeologo Ryan Harris, di Parks Canada, è talmente ben conservata che sembra un vascello fantasma. «Ciò che potrebbe esserci dentro sfida ogni immaginazione».

Una seconda squadra di ricerca finanziata dall’amministrazione del Territorio di Nunavut sta esaminando altri importanti indizi scoperti sulla terraferma. Questa équipe, capitanata dall’archeologo Douglas Stenton dell’Università di Waterloo in Ontario, ha cominciato a mappare i luoghi in cui i membri dell’equipaggio di Franklin montarono le tende, consumarono le razioni e si strinsero sotto coperte e pelli d’orso. Studiando questi luoghi e analizzando i resti umani e i reperti raccolti, Stenton e colleghi sperano di gettare nuova luce sul tragico epilogo dell’impresa.

È una giornata fredda e burrascosa nell’insediamento artico di Gjoa Haven. Kogvik ricorda l’emozione provata nel vedere per la prima volta la Terror sullo schermo di un sonar.

Come gran parte degli Inuit della regione, Kogvik aveva sentito raccontare molte storie sulla spedizione scomparsa. E ne aveva una sua: una volta, pescando con un amico sulla costa ovest dell’Isola di Re Guglielmo, aveva visto spuntare dall’acqua un palo di legno che sembrava l’albero di una nave. Nel settembre 2016 Kogvik è tornato sul posto con un’équipe dell’Ong canadese Arctic Research Foundation.

Dopo ore passate a scandagliare il fondo con un sonar a scansione laterale, la squadra ha individuato la Terror a una profondità di 25 metri.

Gli archeologi di Parks Canada hanno ora in programma di condurre scavi su entrambi i vascelli, ma la precedenza sarà data all’Erebus, minacciata dalle proibitive condizioni climatiche. Il ghiaccio marino ha già intaccato la poppa e schiacciato l’area in cui era situata la cabina di Franklin, seppellendo o sparpagliandone i reperti. Sulla Terror invece il ponte superiore risulta coperto da uno spesso strato di sedimenti ma timone, ruota del timone e murate appaiono misteriosamente intatti. Finestre e boccaporti, prevalentemente integri, sigillano il contenuto delle cabine.

Attraverso gli studi e gli scavi sui siti dei due relitti, che dovrebbero proseguire per anni, gli archeologi si augurano di risolvere una vecchia controversia. Fino a qualche tempo fa gli studiosi davano per scontato che la maggior parte degli uomini di Franklin fossero morti nel 1848 durante la spericolata ricerca del fiume Back. Ma negli anni Ottanta David Woodman, marinaio in pensione e autore di libri storici, ha riesaminato i resoconti degli Inuit testimoni dei fatti, secondo i quali morirono solo pochi uomini nel corso di quella traversata. Dopo che Crozier ebbe scritto il suo messaggio, molti tornarono alle navi, riuscendo a portarle più a sud. Quando i due vascelli affondarono, i naufraghi sopravvissero grazie alle provviste tratte in salvo e a qualche sporadica preda di caccia, finché, poco dopo il 1850, morì anche l’ultimo dell’equipaggio.

I racconti dei circa 30 testimoni inuit sono però ambigui e contraddittori, anche per problemi di traduzione. Perciò gli archeologi sperano di recuperare documenti scritti come diari di bordo o diari personali che aiutino a chiarire che cosa accadde davvero.

In Gran Bretagna le famiglie dei membri dell’equipaggio non smisero di interrogarsi sulle sorti di figli e mariti, e quegli stessi interrogativi permangono fra molti dei loro discendenti. Qualche risposta potrebbe arrivare a breve: Stenton e la sua équipe hanno prelevato dei campioni da alcuni scheletri, che sono stati inviati alla Lakehead University, in Ontario; i genetisti sono riusciti a estrarre il Dna dai resti di 26 uomini e adesso Stenton sta raccogliendo campioni di Dna dai discendenti dei marinai. Confrontando i profili genetici storici con quelli odierni, gli studiosi si augurano di poter dare un nome ad alcune delle salme. E il gruppo di Parks Canada potrebbe contribuire: alcuni testimoni inuit riferirono all’epoca di essere saliti a bordo di una delle navi e di aver visto il cadavere di un membro dell’equipaggio.

Gli archeologi subacquei non hanno ancora rinvenuto spoglie umane, ma se dovessero scoprirne valuteranno senz’altro un’analisi del Dna.
Per la prima volta da più di un secolo si può sperare a buon diritto che la storia della sfortunata spedizione venga finalmente raccontata.
Sull’onda di questo ottimismo sembrano schiudersi nuovi orizzonti anche per l’isolato insediamento di Gjoa Haven, dove i giovani Inuit hanno cominciato a trovare impiego come sorveglianti e custodi dei siti del naufragio, per proteggerli dai saccheggi. L’amministrazione sta progettando inoltre un ampliamento del museo locale, che un giorno potrebbe accogliere ed esporre i ritrovamenti dei favoleggiati vascelli di Franklin.

«I turisti stanno già arrivando», dice Kogvik con orgoglio. E ammaliati dalle meraviglie di ghiaccio del Passaggio a Nord-Ovest e dalla famosa storia di Franklin e del suo equipaggio, «altri ne arriveranno l’anno prossimo».

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