Foto I giocattoli ‘fai da te’ dei bambini di Bidi Bidi – 1 di 19



Avvertono il rumore della nostra auto prima ancora di vederla accelerare lungo la strada principale, avvolta in una nuvola di polvere rossa. Quest’ultima è così sottile che pochi giorni dopo scorgo una ragazza tentare di afferrarla e spalmarla sulle labbra come fosse un rossetto. Nel momento in cui ci spostiamo sotto l’ombra di un albero, i bambini sono pronti, con le loro piccole statuette d’argilla fra le mani, per il servizio fotografico. All’inizio ce le mostrano agitati, poi lo fanno con un certo orgoglio. I bambini senza giocattoli scappano via e tornano di corsa con mucchi di argilla, modellati con foga per divenire macchine o altri oggetti.

Questi bambini sarebbero stati la prima generazione a crescere in un Sud Sudan indipendente, se solo la guerra non ne avesse rapidamente provocato la fuga. Ad oggi, più di un milione di bambini sono scappati dal paese, costruendosi una nuova vita nei campi profughi disseminati in Uganda e negli altri paesi confinanti con il Sud Sudan. Persino nei luoghi più remoti i bambini imparano a divertirsi e per i quasi 200 mila di loro che vivono a Bidi Bidi la terra rossa regala qualcosa con cui poter giocare.

Bidi Bidi, un campo in espansione nell’Uganda del Nord, ospita 250 mila rifugiati sud sudanesi. La zona 5 è la più lontana dal centro del campo originario, a più di un’ora dalla zona 1, dove le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno la loro base. E il villaggio 19, dove siamo appena arrivati, si trova quasi al confine con il campo, la cui estensione è paragonabile a quella di Londra.

Io e la fotografa Nora Lorek arriviamo in questo villaggio per incontrare un gruppo di donne sud sudanesi che realizzano lenzuola chiamate milaya, con strabilianti motivi decorativi ricamati a mano, raffiguranti uccelli, fiori e alberi. Nel Sud Sudan, le donne imparano il mestiere da madri e nonne, e ripongono in scatole le loro creazioni, che serviranno per la dote o per decorare la casa in occasioni speciali. Ognuna può richiedere settimane o mesi di lavoro: le donne si chinano su piccoli cerchi di tessuto teso nei telai da ricamo. Ora, il loro lavoro è per lo più svolto per abitudine, o forse per noia. A Bidi Bidi ci sono pochi clienti. I milaya adornano le facciate delle chiese e i cortili all’aperto dove si celebrano i funerali. Le madri cuciono mentre i figli vanno a scuola, raccolgono l’acqua e aggiungono alla loro collezione nuovi giocattoli modellati con l’argilla.

Poco lontano, Nora scorge un ragazzino giocare con un giocattolo realizzato modellando il fango. Gli chiede di poterlo fotografare, e lui sta in piedi davanti a una capanna di un colore simile a fare da sfondo, con la mano tesa per mostrare il giocattolo. Altri bambini arrivano con camion creati con le scatole del “Programma alimentare mondiale”, macchinine fatte con le bottiglie di plastica e dispositivi elettronici realizzati modellando il fango. In questo luogo remoto, dove non c’è molto da comprare o da fare, i bambini hanno trovato un modo tutto loro per divertirsi.

La nostra traduttrice, Asha, 24 anni, che sembra essere imparentata con metà degli abitanti del campo, ci racconta che lei e il fratello da bambini trascorrevano ore e ore a costruire giocattoli col fango in Sud Sudan. Li realizzavano con cura, per poi ridurli nuovamente in una massa informe e creare qualcos’altro. Quando divenne più grande, sua madre le insegnò a cucire i milaya, e quel lenzuolo che conserva ancora: rosa, ornato con fiori viola, gialli e rossi, accompagnati da fasci di foglie.

Se agli abitanti di Bidi Bidi si domanda cosa portarono con sé prima di lasciare il Sud Sudan, gran parte di loro dice di aver avvolto pochi oggetti in un lenzuolo, chiuso le proprie case e di aver iniziato a camminare. Mentre eravamo in viaggio alla volta dell’Uganda, Asha ci ha detto che lì i bambini muoiono per sfinimento o malnutrizione e che i genitori li seppelliscono ricoprendoli di pile di foglie accumulate sotto gli alberi. Quando la notte si fermavano per dormire, temeva di distendersi accidentalmente sopra un bambino morto.

Nel 2011, dopo mezzo secolo di guerra contro il Sudan settentrionale, il Sud Sudan è stato dichiarato il paese più giovane del mondo. Hanno avuto breve durata le speranze per una libertà conquistata con fatica. Nel paese è esplosa la guerra civile nel 2013 e poi ancora nel 2016. Rischiando il massacro, la gente ha attraversato il confine con l’Uganda. In agosto, arrivavano 6 mila rifugiati al giorno. Una fitta foresta cosparsa di villaggi fatti di capanne di fango trasformati nel più grande campo profughi del mondo, oggi Bidi Bidi è superato per grandezza solo dal campo profughi di Cox’s Bazar, in Bangladesh, con circa 225 mila residenti.

In Uganda, a differenza di ciò che accade in gran parte del mondo, i rifugiati hanno il diritto di lavorare e ricevere un’istruzione. Per via di questa politica progressista il campo non ricorda affatto le tendopoli presenti in altri luoghi che devono, anche loro, gestire la crisi dei rifugiati. Le famiglie vivono in gruppi di capanne che hanno a disposizione piccoli appezzamenti di mais, riso e verdure. Inoltre, l’acqua sgorga dai rubinetti, più di metà delle scuole sono strutture permanenti, e ambulatori costruiti in edifici di mattoni sono in via di realizzazione.

Dunque, i suoi abitanti vivono in sicurezza, ma sono poveri. Le case sono piene di sussidi ricevuti dalle Ong: un sottile materasso di gommapiuma, sedie di plastica e lampade a energia solare. C’è poco da comprare: le bancarelle vendono pezzi di sapone e bevande calde. Tutto il resto è fatto a mano, e i bambini si sono adattati utilizzando il materiale più abbondante: la terra. Noi siamo arrivati per ammirare la loro ingegnosità. Asha li conduce a uno a uno davanti alla macchina fotografica e allontana i curiosi raggruppati in cerchio, che rischiano di ostacolare l’arrivo della luce del pomeriggio.

Un paio di giorni dopo, i bambini sentono la nostra macchina tornare al villaggio e si mettono in posizione. Decine di loro stanno sul ciglio della strada dove accostiamo, davanti a un negozietto di tè. Neanche il tempo di prendere le nostre borse e di aprire la portiera, che veniamo sommersi dalle loro ultime creazioni: un uomo di argilla che spinge una carriola con i manici fatti con stuzzicadenti, una bambola dai capelli neri scompigliati, un piccolo motociclista che indossa un casco, accovacciato su una moto con le ruote tenute insieme da legnetti.

Un ragazzo si mette in posa tenendo in mano una pistola di argilla a grandezza naturale, mentre Asha fa mettere gli altri in fila dietro di lei. I bambini, stretti l’uno vicino all’altro, ridono e strillano. Alcuni sono ancora intenti nel dare il tocco finale alle loro creazioni. Alla fine della fila, un ragazzo con una camicia a quadri sfoggia un ampio sorriso, trattenendosi dietro al resto del gruppo, impegnato a trasformare un pezzo di argilla in un nuovo oggetto.

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