DART: la missione della NASA per salvare la Terra dalla collisione con gli asteroidi



Viaggiando a circa 32.000 chilometri all’ora, 1998 OR2 è passato a poco più di 6 milioni di chilometri dal nostro pianeta il 29 Aprile. Per questa volta c’è stata solo un po’ di preoccupazione, ma 1998 OR2 continuerà nella sua orbita di 3,7 anni intorno al sole, avventurandosi nella fascia di asteroidi oltre Marte e tornando nell’orbita terrestre, a ogni giro. Al suo prossimo avvicinamento al nostro pianeta, nel 2078, sarà molto più vicino, a circa 1,6 milioni di chilometri dalla Terra, e gli astronomi non sono in grado di calcolare esattamente dove sarà 1998 OR2 tra qualche secolo.

La NASA classifica gli oggetti oltre i 140 metri di larghezza che passano a meno di 8 milioni di chilometri dalla Terra come asteroidi potenzialmente pericolosi. “Questa soglia degli 8 milioni di chilometri è data da quanto le orbite possono cambiare nel tempo, più un po’ di margine, ovviamente, per essere sicuri di rilevare tutto ciò che potrebbe rappresentare un pericolo di impatto in futuro” dice Johnson. Tra soli sette anni, un altro enorme asteroide denominato 1990 MU, largo circa 3,2 km, passerà a meno di 4,8 milioni di chilometri dalla Terra. “Non vogliamo certo essere colpiti da un oggetto del genere”, dice Johnson. “Il nostro compito principale è individuare questi oggetti cosmici per stilarne un catalogo completo, in modo da non essere colti impreparati”.

Il 4 Maggio un altro asteroide, denominato 2020 JJ è passato molto vicino alla Terra e gli astronomi non avevano avuto alcun preavviso. Scoperto in Arizona nel momento in cui ha raggiunto il suo punto più vicino al nostro pianeta, il 2020 JJ aveva un diametro tra i 2,7 e i 6 metri, molto piccolo rispetto a 1998 OR2, quindi se si fosse avvicinato troppo probabilmente non avrebbe superato l’atmosfera.

Nel 1998 il Congresso degli Stati Uniti ordinò alla NASA di rilevare e definire almeno il 90% degli asteroidi potenzialmente pericolosi della grandezza di 1 km o più. Sette anni dopo, all’agenzia spaziale fu ordinato di individuare il 90% degli asteroidi “vicini” dai 150 metri di grandezza in su. Gli asteroidi più grandi, inclusi 1998 OR2 e 1990 MU, potrebbero devastare la vita sul nostro pianeta, se dovessero colpirci. “Si stima che un asteroide di un chilometro o più provocherebbe una distruzione di livello  continentale, e la polvere immessa nell’atmosfera causerebbe un drastico raffreddamento e probabilmente l’impossibilità di coltivare per almeno qualche anno” afferma Jay Melosh, geofisico alla Purdue University.

Abbiamo trovato circa 900 oggetti cosmici più grandi, ovvero il 95% della popolazione totale stimata. Nessuno di questi presenta nemmeno una remota probabilità di colpire il nostro pianeta per diversi secoli a venire. Ma del gruppo degli oggetti più piccoli, che potenzialmente potrebbero distruggere una città, abbiamo rilevato solo il 30% circa di un totale stimato di 25.000 oggetti, secondo un report del National Science and Technology Council.

“Su questi oggetti “più piccoli”, ovvero di dimensioni sub-globali, capaci di causare problemi a livello regionale, abbiamo ancora molto lavoro da fare”, dice Mainzer. “Cercare queste rocce grigio-nerastre sullo sfondo buio dello spazio non è affatto facile”. Anche le rocce spaziali più piccole di 150 metri di diametro possono essere estremamente pericolose. Alcuni meteoriti esplodono nel cielo con la forza di bombe nucleari, come quello che è scoppiato nel 2013 sopra la città di Chelyabinsk, in Russia. Con un diametro di soli 20 metri, questo bolide causò un’onda d’urto che colpì la città, spaccando i vetri e causando circa 1.500 lesioni. Nessuno lo vide arrivare.

La soluzione della missione DART

Quando si tratta di fermare un asteroide in rotta di collisione con la Terra, il preavviso è fondamentale. Avendo anni o addirittura decenni a disposizione per prepararsi, l’umanità è in grado di deviare la traiettoria anche degli asteroidi più grandi. La missione DART della NASA, programmata per il lancio nel luglio 2021, testerà la strategia che prevede di colpire l’asteroide in avvicinamento con una sonda di mezza tonnellata costruita dal Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (APL). Nell’ottobre 2022, a circa 11 milioni di km dalla Terra, la sonda – delle dimensioni di un frigorifero – impatterà un asteroide di 0,8 km di nome Didymos, nella cui orbita c’è una luna di 150 metri.

“Didymoon” (da moon, luna NdT), come viene affettuosamente chiamato il corpo celeste più piccolo, è il target del DART. È circa delle dimensioni degli asteroidi in grado di distruggere una città. I telescopi sulla Terra potranno rilevare i cambiamenti nella durata della sua orbita intorno all’asteroide più grande, per misurare gli effetti dell’impatto. “Se non fosse binario, sarebbe sostanzialmente impossibile misurarlo con elevata precisione”, dice Megan Bruck Syal del Lawrence Livermore National Laboratory, che utilizza un mix di test di laboratorio e super computer per simulare l’impatto sugli asteroidi. “Questa è una straordinaria opportunità per testare l’efficacia della tecnologia dell’impatto cinetico su un vero asteroide”.

Poco prima di schiantarsi su Didymoon, a circa 23.600 km/h, la sonda DART rilascerà una telecamera delle dimensioni di una scatola da scarpe realizzata dall’Agenzia Spaziale Italiana. La telecamera osserverà l’impatto del veicolo spaziale su Didymoon, e catturerà immagini della pioggia di detriti e forse anche del cratere che ne deriverà. Johnson dice che si aspetta che la collisione diminuisca l’orbita di 12 ore della Luna di sette minuti, ma il team considererà la missione riuscita già con un cambiamento di 70 secondi.

“Cambiando l’orbita della Luna, non modifichiamo l’orbita di Didymos”, dice Johnson. “Didymos è un asteroide potenzialmente pericoloso, quindi non vogliamo cambiare la sua orbita. Non vogliamo accidentalmente spingerlo nella direzione sbagliata”. Un altro veicolo spaziale di nome Hera, costruito dall’Agenzia spaziale Europea (European Space Agency, ESA), raggiungerà i due asteroidi nel 2026 per fare misurazioni dettagliate delle conseguenze dell’impatto, nonché per testare le tecnologie di navigazione autonoma.

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