Coronavirus: lavorare da casa rende il mondo più piccolo?



Nel mese di Marzo abbiamo conosciuto una nuova crisi, in base alla quale il nostro mondo è diventato piccolo oltre ogni immaginazione. Quanto piccolo? Abbastanza piccolo da misurarne il perimetro in passi. L’orizzonte è diventato un muro; il cielo un soffitto; gli oceani un lavello e un box doccia. Il testo dei fratelli Sherman – “There’s so much that we share/that it’s time we’re aware/it’s a small world after all”, ora assume sfumature cupe, mentre solennemente chiudiamo le nostre porte per scomparire in un tempo indefinito di auto-isolamento.

Ma un’altra rivelazione ha ora colpito nel segno. Da oltre 130 anni, National Geographic ha la missione di documentare l’intersezione tra la geografia e la cultura umana. E ora è più evidente che mai dove realmente giace questa intersezione per molti di noi. Si tratta del luogo in cui andiamo a lavorare. Stando a un censimento statunitense del 2017, appena il 5.2% degli americani, o all’incirca otto milioni, lavorava da casa. I restanti 153 milioni circa di impiegati retribuiti svolgevano il loro lavoro altrove.

Ci vestiamo per andare al lavoro, salutiamo il nostro mondo privato, viaggiamo per una certa distanza, e poi trascorriamo una pluralità delle nostre ore di veglia insieme ad altri, in un ambiente fatto di rituali, per perseguire lo stesso obiettivo economico. È forse questo uno scenario ottimale? No, se guardiamo alla moltitudine di studi che esaminano lo stress corrosivo del traffico dell’ora di punta e delle politiche aziendali. E comunque: è un rituale di movimento, comunione, e auto-definizione umana così radicato nell’ordine sociale che, come ogni altro pane quotidiano, se improvvisamente interrotto, provoca una ribellione primordiale.    

E mentre scrivo questo pezzo, il quartier generale di National Geographic a Washington, D.C. ora è essenzialmente chiuso a chiunque. Si può andare solo per una breve ricognizione – per esempio, se ci sono da recuperare dei testi di ricerca o delle note spesa – ma bisogna rispettare un nuovo protocollo. Dopo aver fatto un check della temperatura corporea, un addetto alla sicurezza ti scorta su con l’ascensore e giù lungo i corridoi ora spettrali.

Poi ti scorta oltre gli uffici annessi ora vuoti ma un tempo ambiti, oltre il capo e i vice-capi dai portfolio imperscrutabili e, ancora, i veterani e i “coniugi del lavoro” e gli amici-nemici, oltre la sala riunioni che un tempo rappresentava il luogo di un numero inestimabile di ore perse, oltre la cucina con i fastidiosi cesti pieni di frutta che ora pagheresti per vedere pieni, per raggiungere finalmente la tua desolata postazione di lavoro. Potresti arraffare tutto come in una scena del crimine. Qui un tempo c’era una vita, più felice di quanto avessi mai realizzato. Ma cosa diavolo è successo? Dieci minuti dopo, vieni scortato fuori. Dopodiché, la tua postazione viene disinfettata.

​I nuovi rituali di una cultura pandemica ci impongono ora di lavorare da casa. Come ogni altro fenomeno associato alla crisi del coronavirus, lo vedevamo arrivare, ma non capivamo appieno cosa realmente vedere. Inizialmente, abbandonare la routine d’ufficio poteva essere vista come una sorta di liberazione, una sorta di “La scuola è finita!” per adulti. Cosa può esserci di meglio di più tempo da trascorrere nelle proprie dimore? E, davvero, perché non lavorare nel luogo in cui viviamo? In quale altro luogo possiamo essere più rilassati, più autenticamente noi stessi e dunque più produttivi? Cosa mai potrebbe andare storto?

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