Coronavirus: come vivere il lutto a distanza



Al suo arrivo negli Stati Uniti, si era auto-isolata in quarantena a causa del nuovo coronavirus e non aveva potuto vedere suo padre di persona. Al momento della sua morte, il 30 marzo, il distanziamento sociale messo in atto per rallentare il diffondersi del virus aveva cambiato anche le pratiche dei riti funebri.

Non ci sarebbero state riunioni di famiglia per il funerale, nessuna cerimonia in sinagoga, nessuna visita durante lo shiva. Soltanto un ristretto numero di familiari avrebbe assistito alla sepoltura (rimanendo tutti nelle loro macchine). Solo il rabbino avrebbe potuto gettare la terra nella tomba (portando la propria pala). 

Mentre il coronavirus devasta le comunità di tutto il mondo, l’aumento delle vittime e il distanziamento sociale stanno sconvolgendo le commemorazioni e i rituali sacri legati alla morte. Tutto questo sta trasformando il “come” e il “dove” chi rimane esprime il proprio dolore, alterando il modo in cui viene elaborata la perdita. 

“Ho visto di tutto, sono stata testimone di cose orribili”, afferma Bronstein, che ha documentato guerre, terremoti, tifoni e carestie. Ma questo “non mi ha preparato a stare seduta da sola in una macchina a noleggio a guardare la bara di mio padre scendere nella tomba”. 

Per diverse fedi religiose la perdita attraverso la morte viene generalmente elaborata in maniera comunitaria. Ma la lotta contro la morte nell’era del COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, è diventata una battaglia che viene affrontata in gran parte da soli. 

Questa primavera, ad esempio, nella città profondamente cattolica di Bergamo, in Italia, la città natale di Papa Giovanni XXIII, centinaia di persone sono morte sole. La paura dell’infezione ha bandito veglie e funerali, mentre le bare sono state ammassate nelle chiese. I forni crematori sono in funzione 24 ore al giorno, ma a tutt’oggi un convoglio militare deve trasportare decine di defunti nelle città vicine per la cremazione. 

Oggi, molti cappellani ospedalieri sono scoraggiati dall’avvicinarsi ai pazienti di COVID-19 in punto di morte o dal confortarli tenendogli la mano: i medici e gli infermieri non possono privarsi dei pochi dispositivi di protezione individuale a loro disposizione per un utilizzo diverso da quello salvavita. Un ospedale a Long Island ultimamente consegna piccoli stampi di argilla delle impronte digitali delle vittime, come ricordo per i familiari che non hanno potuto stare accanto ai propri parenti in punto di morte. 

E a New York City, dove sono già morte più di 10.000 persone e i corpi sono conservati all’interno di camion refrigerati, le famiglie musulmane spesso devono rinunciare al tradizionale lavaggio del defunto. In alternativa si sporcano le mani di terra e la spargono sul corpo sigillato in un involucro.

“È proprio il numero straordinario di persone che muoiono che manda in tilt tutto il processo”, afferma l’Imam Khalid Latif, cappellano universitario e direttore esecutivo del Centro islamico della New York University. Tutto questo trambusto sta provocando “emozioni inconciliabili” nelle persone in lutto di tutto il mondo, aggiunge.

Persino coloro che assistono i sopravvissuti non sono sicuri su come procedere. “Questo è un territorio assolutamente nuovo”, afferma il rabbino Elias Lieberman, che ha tenuto la cerimonia di sepoltura per il padre di Paula. “Sinceramente, io stesso devo ancora trovare il mio modo di gestire tutto questo”.

Come possiamo trovare pace?

Tutto cambia davvero molto velocemente. Ciò che è tollerabile per un momento, il secondo dopo è già diverso. Nel caso di Bronstein, il luogo di sepoltura del padre è supervisionato dalla Jewish Cemetery Association del Massachusetts, che possiede o gestisce 123 cimiteri a Boston e dintorni.

In risposta al COVID-19, l’associazione ha chiuso i cimiteri ai visitatori e ha intensificato le regole sui servizi di sepoltura tre giorni prima della morte del padre. Lieberman ha fatto pressioni per conto dei Bronstein, ma “i rappresentanti dell’associazione erano presenti per assicurarsi che fossero rispettate le regole”, afferma Lieberman. “La loro preoccupazione principale era proteggere i lavoratori del cimitero”. 

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