Coronavirus: come gli anziani della comunità LGBTQ combattono la solitudine



“Il cervello umano tratta l’isolamento come una forma di minaccia” afferma Steven Cole, ricercatore di genomica all’UCLA (Università della California a Los Angeles) che studia le influenze sociali sulla salute. “Quando siamo soli o disconnessi dagli altri, questa condizione innesca risposte di stress di tipo “lotta o scappa” che attivano sistemi infiammatori e inibiscono le risposte antivirali. Una situazione certamente non ideale nel bel mezzo di una pandemia da coronavirus”. Secondo la ricerca di Cole, la solitudine può indebolire il sistema immunitario e causare infiammazione, esponendo il soggetto a svariati tipi di malattie croniche. Ad esempio, la solitudine aumenta il rischio di attacchi di cuore e ictus allo stesso modo di un tabagismo leggero o di una lieve obesità.

In molti stati le residenze per anziani a corto di fondi e di personale hanno difficoltà a controbilanciare gli effetti della solitudine mentre proteggono i loro vulnerabili ospiti dal virus che causa la COVID-19. In strutture come quella di Englebaum, gli ospiti possono uscire per passeggiare o per fare acquisti, a patto poi di auto-isolarsi per due settimane dopo aver avuto contatti con persone esterne alla struttura. In altre residenze assistite, il personale parla di misure di isolamento più restrittive, che hanno confinato gli ospiti non deambulanti nelle loro stanze, con rarissime eccezioni e minimi contatti sociali, da marzo.

“Alcune persone non si alzano dal letto” afferma Ana Rodriguez, che lavora come operatrice sanitaria in diverse strutture assistite a Jacksonville, Florida. “Vedono una sola persona al giorno. Quando sono in turno, quella persona sono io”.

Una cura per la solitudine

Anche se le statistiche dicono che gli anziani LGBTQ hanno maggiori probabilità di essere soli o isolati, molti di questi senior stanno invecchiando con lo spirito e l’ostinata gioia che li hanno sostenuti per tutta la vita. Alcuni ci sono riusciti attraverso l’istituzione di grandi organizzazioni come SAGE o lo sviluppo di programmi presso i centri LGBTQ che hanno lo scopo di mantenere i membri della comunità in contatto nel corso della vecchiaia. La loro resilienza può essere d’esempio per altri.

Lillian Wolf, 86 anni, si è trasferita dal Maryland in una casa di riposo a Orlando, in Florida, all’inizi di marzo, appena prima del lockdown causato dalla pandemia. Vivace e socievole, Wolf si è subito messa in contatto con l’LGBTQ+ Center Orlando, dove è entrata a far parte dell’“Older Wiser Learning Program”, che mette in contatto gli anziani LGBTQ tra loro e con la comunità LGBTQ della città. Anche se non possono fare le usuali gite in visita alle attrazioni locali, il gruppo OWL si tiene in contatto attraverso videoconferenze settimanali su Zoom.

Anche se sente la mancanza del partner con il quale ha trascorso 40 anni, che è morto nel 2015, Wolf affronta ogni nuova sfida della vita con resilienza e saggezza. Adora chiacchierare al telefono con i parenti. Non manca mai la partita settimanale di poker e si diverte a fare battute. Come Englebaum, Wolf è l’unica persona LGBTQ nella sua struttura, per quanto ne sappia. Ma l’atteggiamento che ha tenuto per tutta la vita, tirare fuori il meglio di quello che aveva, trovare gioia nelle piccole cose, l’ha aiutata a mantenere la positività anche durante la pandemia.

“Bisogna prendere atto che ci sono cose al di fuori del nostro controllo” afferma Wolf, che ha servito nella Marina e nell’esercito. “La mia vita da ragazzo è stata molto dura. Ma anche le situazioni più difficili passano. Forse è per questa consapevolezza che non sono realmente preoccupata”. Rimanendo attiva nella comunità LGBTQ, Wolf ha mantenuto una rete di persone che rappresentano un importante supporto emotivo, con l’avanzare dell’età. È stato dimostrato che tali relazioni sociali di qualità prevengono il declino delle funzionalità cognitive che normalmente accompagna l’invecchiamento e lo stato di solitudine.

 

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