Come una città antica come Venezia affronta il coronavirus



Strade e piazze vuote

Nessuno può lasciare la città, scrive Antonietta (Tonci) Poduie, che vive a Venezia, tranne che per questioni di lavoro o di salute. Poduie è una dei 54.000 residenti che vivono nel centro storico — il numero cala ogni anno a causa dei costi elevati e della bassa disponibilità degli alloggi per i locali. E ora, oltre al problema dell’acqua alta, dato dalla combinazione di alta marea e abbassamento delle fondamenta, arriva una pandemia virale dal nome malignamente regale (coronavirus per via della forma del patogeno, che ricorda, appunto una corona): un imprevisto infinitamente più preoccupante dell’acqua alta.

È proibito abbracciarsi e baciarsi, scrive Poduie.“Te lo immagini, chiedere agli italiani di non baciarsi e abbracciarsi?” Come tutti gli altri teatri, La Fenice, teatro dell’opera e bomboniera dorata della città, è chiusa, anche se poche settimane fa un quartetto d’archi ha suonato sul palco, davanti a una platea vuota, ma in live-streaming su YouTube (la platea virtuale ha espresso il proprio apprezzamento, ha riportato il  New York Times, con “un’ovazione di emoji di applausi”). La Fenice si era da poco ripresa dai danni causati da un’alta marea: insomma, oltre il danno, la beffa.

Il mese scorso, il carnevale era stato interrotto a due giorni dalla fine dei festeggiamenti (“qualcuno ha detto che è come aver annullato il Natale e Santo Stefano”), dice Poduie. “Ci dicono che si tratta di una forma influenzale, ma più aggressiva e molto contagiosa, e che perciò dobbiamo stare il più possibile in casa. E io aggiungerei pregare, ma non alla messa, dato che sono state sospese anche le funzioni religiose”. La sospensione delle cerimonie religiose non è limitata a Venezia.

A Roma, il Papa ha trasmesso in live-streaming l’Angelus domenicale e l’udienza del mercoledì pomeriggio. Le parrocchie hanno vuotato le acquasantiere e i sacerdoti, prima che venisse proibita  la celebrazione della messa, davano l’ostia della comunione in mano ai fedeli, invece che sulla lingua.

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