Brasile: la tragica lotta delle donne indigene per tenere i propri figli



Ma il giudice che ha seguito il caso di Oliveira ha cambiato il nome di suo figlio. Ha aggiunto il nome “Raoni”, del famoso capo Kayapó noto per aver difeso l’Amazzonia. Per sua madre, di etnia Kaiowá, non ha alcun senso: il Capo Raoni era di un altro popolo, non del suo. Il nome completo del bambino non può essere rivelato perché è un minore sotto tutela dello stato. Ma il modo in cui gli è stato cambiato il nome indica l’ignoranza del giudice sulle grandi differenze che ci sono tra le 305 etnie indigene del Brasile, un’ignoranza condivisa da molti brasiliani.

Oliveira si è sentita ulteriormente umiliata quando ha scoperto che suo figlio era stato portato al Lar Santa Rita, una delle quattro strutture per bambini della città. All’inizio le è stata negata la possibilità di fargli visita. Altre due donne si erano presentate dichiarando di essere la madre del bambino. L’agente sanitario della comunità che aveva chiamato i servizi sociali per prendere il bambino di Oliveira insisteva nel dire di non aver mai visto Oliveira incinta, e quindi era sicura che il neonato non potesse essere suo.

Il tribunale impiegò oltre un anno e mezzo per eseguire il test del DNA, che dimostrò che il bambino era di Oliveira, ma passarono altri sei mesi prima che le fosse permesso di vederlo. Nessuno poté spiegare perché altre donne avessero detto di essere la madre né cosa avesse ritardato tanto l’esecuzione del test del DNA, ma anche dopo la dimostrazione della sua maternità, suo figlio non le fu restituito.

Oliveira fu dichiarata negligente, e la sua casa non idonea (interrogati sul caso di Oliveira per questo reportage, i funzionari dei servizi sociali hanno dichiarato di non potersi esprimere nello specifico, in quanto nessuno dei loro attuali assistenti sociali era presente quando il bambino fu prelevato, nel 2015. Anche il tribunale ha rifiutato di commentare, citando questioni di riservatezza, in quanto il caso riguarda un minore).

Dopo che a Oliveira è stata negata la custodia, anche far visita a suo figlio le ha posto non poche difficoltà: Oliveira doveva andare a piedi da casa alla struttura cittadina di Lar Santa Rita, facendo due ore e mezzo di strada. Dopo qualche occasione in cui non poté fare il lungo viaggio, fu accusata di abbandono di suo figlio e i suoi diritti di visita le furono revocati. Il figlio di Oliveira, che ora ha cinque anni, ha vissuto tutta la sua vita al Lar Santa Rita, non parla la lingua della madre né conosce la sua cultura. Chiede alla madre di portarle cose come biscotti, caramelle e yogurt, cibi che non conoscerebbe se fosse cresciuto nella comunità Kaiowá di Ñu Vera.

Per Monica Roberta Marin de Medeiros, direttrice di Lar Santa Rita, assicurarsi che i bambini indigeni della struttura mantengano il contatto con le loro culture di origine non è una priorità. “Le nostre popolazioni indigene non sono come le tribù indigene isolate dell’Amazzonia”, ha detto. “Questi non sono bambini e ragazzi indigeni isolati. Vogliono il computer, il tablet, il cellulare”. La direttrice della struttura dice che una volta ha assunto una “madre sociale” una donna che viveva nella struttura e si prendeva cura dei bambini come avrebbero fatto le loro madri, ma non ha funzionato, per via di “abitudini, costumi, questioni di igiene”.

Gli attivisti indigeni e professionisti che lavorano nel sistema di assistenza sociale affermano che separare i bambini indigeni dalle loro famiglie, spezzando i legami con la loro comunità di origine, la loro lingua e la loro cultura è una violazione dei loro diritti. “Il razzismo è una realtà in Brasile”, dice Marco Antônio Delfino de Almeida, procuratore federale di Dourados che si occupa dei diritti umani delle popolazioni indigene. “La prima cosa che dovrebbe fare un giudice è consultare la comunità indigena. Ma la legge consente che la comunità venga sostituita da un rappresentante dell’ente governativo che gestisce le politiche per gli indigeni, o da un antropologo. Così alla fine sono gli antropologi e il FUNAI a parlare per loro”.

Alice Rocha, un’assistente sociale che lavora ai servizi sociali di Dourados dal 2016, dice che la decisione di mettere un bambino sotto tutela dello stato dipende dal giudice, e una volta che il bambino viene messo in struttura, lei non supervisiona più la loro quotidianità. “Penso che le istituzioni che prendono in cura questi minori violino completamente i loro diritti, nel non occuparsi di preservare la cultura di origine di ognuno dei bambini sotto la loro tutela”, afferma. “Quello che sta succedendo, nel suo complesso, è un genocidio delle popolazioni indigene. Non è interesse del governo dare forza alle popolazioni indigene, dargli voce”.

“Lo aspetterò sempre”

Non avendo terra sufficiente da coltivare, la famiglia di Oliveira per vivere dipende dalla cesta básica, una confezione di generi alimentari di base come riso, fagioli, pasta, olio da cucina, zucchero e caffè fornita dal FUNAI. Ma l’agenzia governativa alla fine dell’anno scorso ha deciso di tagliare i sussidi alle popolazioni indigene nello stato del Mato Grosso do Sul che non vivono sui territori ufficialmente riconosciuti degli indigeni.

Per le famiglie come quella di Oliveira, la decisione dell’agenzia non solo significa non potersi sfamare ma dà ai tribunali un altro motivo per tenere i loro figli in custodia. Anche se Oliveira volesse trasferirsi in una casa nella riserva, dove gli aiuti vengono ancora erogati, non potrebbe: non c’è più spazio nell’area della riserva, e reclamare la terra di Ñu Vera è di importanza cruciale per la sopravvivenza dei Kaiowá.

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