Annone, l’elefante albino del papa



Nei meandri della storia è possibile rintracciare curiosi aneddoti che raramente trovano spazio nei testi che studiamo. L’affetto di un papa per un elefante albino di certo rientra in questa casistica.

Cominciamo dalla fine del racconto, un pomeriggio del 1962 all’interno della Città del Vaticano, quando, durante dei lavori di manutenzione, alcuni operai rinvennero un osso e alcuni frammenti di una mascella appartenenti ad un grosso animale. Come spesso accade, passata l’eccitazione iniziale per lo strano ritrovamento la faccenda fu presto rimossa, almeno fino alla fine degli anni ’80, quando Silvio Bedini, professore dello Smithsonian Institution di Washington, scoprì che si trattava dei resti di Annone, l’elefante albino di Leone X, del quale molte cronache del tempo avevano parlato.

Nel secondo decennio del secolo XVI Roma è ancora un centro cosmopolita, i papi dei veri principi rinascimentali. La corte pontificia, una delle più sfarzose dell’epoca, ospita le più grandi menti e i più grandi artisti

del periodo, da Michelangelo a Leonardo da Vinci, da Raffaello a Bramante.

Sono anni in cui le diplomazie regolano gli equilibri tra potenze, spesso in guerra tra di loro, attraverso ambasciate ed anche attraverso eccentrici regali, ma soprattutto sono anni nei quali il panorama economico sta rapidamente mutando grazie alla comparsa di nuove e proficue rotte commerciali, non ultime quelle che la scoperta “Nuovo Mondo” sembra offrire. In questo scenario, assicurarsi il controllo del monopolio del ricchissimo mercato delle spezie ad Oriente era, questione di vitale interesse per i regnanti portoghesi, particolarmente insofferenti rispetto all’ingombrante vicino spagnolo.

Quando, il 19 marzo del 1513, Giovanni di Lorenzo de’ Medici fu incoronato papa con il nome di Leone X, il re portoghese Manuel I d’Aviz, come segno di rispetto e sottomissione all’autorità della Chiesa decise di inviare a Roma un’ambasciata. Il Portogallo aveva conquistato vasti domini in India, nell’Asia orientale, in Africa; ed altri ambiva di conseguirne nelle Americhe; per avallare la legittimità di queste acquisizioni era indispensabile il beneplacito del successore di San Pietro.

Nel 1514 la spedizione guidata da Tristao da Cunha, noto navigatore portoghese responsabile di importanti scoperte geografiche e membro del consiglio speciale del re, dopo aver salpato l’ancora dal porto di Lisbona e aver toccato Alicante e Maiorca arrivò a Porto Ercole e da lì a Roma, dove fu accolta trionfalmente a metà marzo.


Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, Raffaello Sanzio, 1518. Attualmente in restauro

Secondo le cronache dell’epoca la missione era composta da 140 uomini tra i quali diversi dignitari, con al seguito omaggi per il sommo pontefice di grandissimo valore: tessuti, broccati, manoscritti rari, oggetti in oro e gioielli. E poi, come ulteriore segno della munificenza del Portogallo, anche animali esotici e bizzarri: scimmie, pappagalli, leopardi, un cavallo persiano e infine un regalo del tutto inconsueto: un elefante albino di quattro anni: Annone.

Sulla provenienza del pachiderma le notizie sono piuttosto contraddittorie; secondo alcuni pare che il re del Portogallo avesse ricevuto quattro elefanti, insieme ad altri animali in regalo dal re di Cochin, base militare e centro nevralgico del commercio delle spezie, in India; secondo altri lo stesso Manuel I ordinò ad Alfonso di Albuquerque, suo viceré in quei luoghi, di acquistarli.

Anche sul nome non abbiamo notizie certe, probabilmente gli venne dato  proprio dal popolo in occasione di una delle tante uscite romane delle quali il pachiderma fu protagonista. Incuriositi dalla maestosità dell’animale, alcuni chiesero all’addestratore quale nome avesse la strana creatura, “aana” (elefante) fu la risposta, che storpiato diventò Annone, in onore del generale cartaginese attivo nella Prima Guerra Punica contro Roma e come il famoso esploratore e navigatore, sempre cartaginese, vissuto nel VI sec. a.C. che si spinse fino al golfo di Guinea.

I preparativi per ricevere al meglio la delegazione impegnarono non poco i funzionari pontifici, il corteo avrebbe percorso l’itinerario tradizionalmente prestabilito dal cerimoniale, lo stesso che appena un anno prima aveva visto Federico Gonzaga, il figlio di dieci anni di Francesco Gonzaga e Isabella d’Este, giungere in Vaticano.

L’accoglienza a Roma fu trionfale, degna di un sovrano, con il giovane elefante meravigliosamente bardato con “vesti ricamate di finissime perle”, recitano le cronache, recante sulla groppa un palanchino, fatto d’argento, a forma di castello, contenente uno scrigno ricolmo di tesori, il corteo percorse Via Flaminia, per imboccare poi Via Lata e Via Ripetta e arrivare in vista di Castel Sant’Angelo, dove era atteso dal papa assieme al collegio cardinalizio.

Dalle cronache dell’epoca sappiamo che al cospetto del sommo pontefice Annone, barrendo e danzando, s’inginocchiò per tre volte, in segno di omaggio, strofinandogli la proboscide sulle pantofole; poi, obbedendo ad un cenno del suo custode indiano, aspirò l’acqua da un secchio spruzzandola addosso a tutti, Papa compreso.

Il dono per quanto bizzarro ottenne l’effetto sperato. Il giorno successivo durante un concistoro pubblico, nel quale gli ambasciatori presentarono le richieste di concessioni da parte del re, Leone X ricambiò le attenzioni ricevute dal re di Portogallo concedendo non solo l’autorità sulle nuove rotte ma anche il privilegio di poter ritirare decime nei territori sotto il dominio della Chiesa.

Ma torniamo ad Annone, conclusi gli impegni ufficiali il papa ordinò che il prezioso dono fosse alloggiato nel miglior modo possibile; per motivi logistici inizialmente si scartò l’idea di trovargli una sistemazione nel serraglio pontificio, luogo dove solitamente si custodivano gli animali esotici ricevuti in omaggio, ma di difficile accesso data la mole dell’animale. Dopo essere stato collocato temporaneamente in una struttura nei pressi del cortile del Belvedere, venne trasferito definitivamente in un edificio appositamente costruito nelle vicinanze di Borgo Sant’Angelo, tra la Basilica di San Pietro e il Palazzo Apostolico, in un tratto di strada che da allora fu ribattezzato via dell’elefante.

La cura dell’animale, il cui mantenimento costava la cospicua somma 100 ducati l’anno, fu affidata al Protonotario Apostolico Giovanni Battista Branconio, ricordato nei documenti di quell’epoca con questa mansione “Pro Elephante, referente ex.mo Barone [Branconio]”
Oltre a lui, però, la custodia di Annone era riservata alla ristretta cerchia di “favoriti” del Papa, prendersi cura dell’elefante era considerato un segno di prestigio. La fortuna toccò, ad esempio, a Raffaello Sanzio, che pare lo abbia dipinto dopo la morte, opera che non si è conservata, ma della quale abbiamo una descrizione fatta da Francisco de Hollanda tra il 1539 e il 1540. Stessa fortuna toccò anche al poeta Pietro Aretino, che ne fece argomento della sua commedia satirica “Le ultime volontà e testamento di Annone, l’elefante”.


Annone, schizzo da Raffaello Sanzio, c. 1514

Del particolare valore e affetto di cui sin dal principio godeva l’animale, abbiamo testimonianza nella lettera di ringraziamento inviata da Leone X al Re di Portogallo, dove il pontefice scrive: “l’elefante risveglia ricordi provenienti da un passato antico, quando la vista di animali del genere era frequente in questa città”. Insieme ad Annone era tornato il sogno di una rinnovata grandezza, quella della Roma imperiale.

I cronisti dell’epoca  lo descrivono come un animale “straordinariamente intelligente” che era in grado di compiere “molti atti meravigliosi”, tanto da meritarsi diversi componimenti come quello di Pasquale Malaspina:
 
Nel Belvedere prima del grande Pastore
Venne condotto l’addestrato elefante

che danzava con tanta grazia e tanto amore
che difficilmente un uomo avrebbe potuto ballare meglio.
 
Non passò molto tempo perché Annone, quasi fosse una mascotte della corte pontificia, diventasse il protagonista assoluto di processioni, cerimonie, feste ed intrattenimenti di varia specie.  Celebre quello del settembre 1514, quando, in occasione dei Cosmalia, giorni di festeggiamenti dedicati ai Santi patroni della famiglia Medici, Cosma e Damiano, il papa volendo fare uno scherzo al poeta e buffone di corte Giacomo Barballo da Gaeta, dispose l’organizzazione di una maestosa processione trionfale che si sarebbe conclusa in Campidoglio con l’incoronazione dello stesso ad “archipoeta”. Al mal capitato fu ordinato di salire sull’elefante e di procedere in corteo tra ali di folla festante e divertita, mentre lo cavalcava il Barballo, cedendo alla vanità, cominciò a dichiarare di essere in grado di declamare versi all’altezza del Petrarca. Annone, infastidito dai tamburi dal frastuono e dalle cannonate della processione, lo disarcionò miseramente, tramutando l’incoronazione in una serie di lazzi e risate. Le malelingue individuarono la causa dell’incidente nell’arroganza e nella vana gloria del “poeta”.   La satira popolare ricordò il fatto con un sonetto del quale riportiamo i primi versi.
 
El nostro Archipoeta Baraballe
Posto sull’Archibestia, di lontano
Pare, e da presso è sì bel capitano
Che di risa scoppiar fa le farfalle

Della burla perpetrata, anche papa Leone X volle lasciare traccia indelebile, facendo intagliare l’accaduto su una delle porte della Stanza della Segnatura, che in quel momento Raffaello stava affrescando. L’immagine raffigura Baraballo “l’Archipoeta in atto di muover dal Vaticano sul dorso dell’elefante” mentre il Papa lo guarda benevolmente sorridendo da una finestra. Secondo le fonti documentarie l’artista urbinate realizzò il disegno affidando poi il progetto all’assistente Antonio Barile, intagliatore senese responsabile della realizzazione delle altre tarsie lignee delle Stanze. Il disegno preparatorio di Raffaello, oggi perduto, è rievocato da un acquerello conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, del tutto rispondente all’immagine intarsiata e forse di poco successivo.
Lo stesso Annone fu probabilmente anche modello di Giulio Romano, allievo del Sanzio, per affreschi e decorazioni di Palazzo Te a Mantova.

La vita romana di Annone non durò a lungo; nel febbraio del 1516 forse a causa del clima insalubre, forse perché affetto da una malformazione cardiaca si ammalò; il pontefice, che all’animale era profondamente affezionato, ordinò che fosse curato con ogni premura, i medici, le cui conoscenze al tempo erano piuttosto limitate, abbiano somministrato all’animale un preparato a base d’oro, che con ogni probabilità finì con l’essere più letale della malattia stessa. Quando l’elefante morì, il 16 giugno 1516, all’età di circa sette anni, Leone X, che i contemporanei ci dipingono profondamente affranto, era al suo fianco.

Come testimonia l’accidentale scoperta avvenuta nel 1962, Annone fu sepolto con tutti gli onori all’interno del Cortile del Belvedere. Alcuni sostengono che, come per il corpo di un santo, delle parti dell’elefante vennero asportate ed inviate a vescovi e cardinali d’Europa, perché le custodissero, di certo le sue zanne erano conservate fino a qualche anno fa presso l’Archivio del Capitolo di San Pietro, nel Palazzo della Sagrestia.

La presenza dell’elefante albino a Roma, e soprattutto l’affetto nutrito dal papa nei suoi confronti diventarono quasi leggendari, tanto da essere confusi e travisati da molti storici del tempo, Guicciardini ad esempio nella sua Istoria parlerà di due elefanti, anziché di uno.
La Memoria di questa storia bizzarra trova riscontro ancora oggi in diversi luoghi della città, come nella fontana del giardino di Villa Madama a Monte Mario, realizzata nel 1520 da Giovanni da Udine dove possiamo vedere la testa marmorea dell’elefante, fissata nell’atto di spruzzare acqua dalla proboscide, come Annone aveva innaffiato i romani nel giorno del suo trionfale ingresso a Roma.
 

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