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La Sindrome di Peter Pan

sindrome da Peter PanAllegro, vivace, egocentrico, carismatico ed instancabile: ecco le caratteristiche di Peter Pan, l'eterno fanciullo rimasto fermo alla propria infanzia ed adolescenza, in un mondo dove tutto è possibile e non ci sono limiti né responsabilità.

Peter Pan vive in un mondo solo suo, senza bisogno di nulla e di nessuno dove gli altri servono unicamente a soddisfare le proprie esigenze. È sempre felice ed ottimista, rifugge dalle piccole cose e gli risulta difficile adattarsi alle regole sociali ed impegnarsi in una relazione stabile.

Ma a questo punto è lecito chiedersi come si venga a costituire un mondo così apparentemente idilliaco.

Ritratto di un Peter Pan

Anzitutto l'eterno fanciullo esclude da sé il dolore: tutto ciò che può recare sofferenza, il contatto con il tragico lato dell'esistenza è banalizzato e liquidato spesso con qualche battuta di spirito.

Ma, ahimè, non ri-conoscendo il dolore in sé, non avendo contatti con le proprie tempeste interiori, egli non le può ri-conoscere negli altri e questo è il più grande problema che il Peter Pan porta con sé. Ciò, infatti, comporta l'incapacità di entrare in empatia con l'altro, di “sentire” l'altro e quindi di conoscerlo. Ecco perché ha estrema difficoltà a relazionarsi con gli altri, al di là della superficialità con cui struttura i rapporti. Da questo deriva anche la sua avversità verso il matrimonio e le relazioni stabili: non conoscendo l'altro, non può conoscere se stesso e dunque non ha la capacità di amare, che prevede appunto l'entrare in empatia con l'Altro, sentire ciò che l'Altro sente, cosa impossibile per il Peter Pan. Scansando il dolore, egli scappa da una parte di sé: non fugge tanto dalle relazioni o dall'altro, quanto da quella parte di sé che le relazioni, inevitabilmente, farebbero emergere.

Il rifiuto di crescere: perché?

Dunque il Peter Pan è colui rimasto fermo in un età priva di responsabilità, come quella infantile, rifiutandosi di uscire per vedere cosa c'è al di là del mondo dorato che si è costruito: al di là di quel mondo vi è un percorso mai iniziato che è il diventare adulti. Ma se il mondo adulto non offre esempi concreti in grado di fornire punti di riferimento grazie ai quali il bambino può iniziare a tracciare la propria strada, se la realtà è fatta solo di lotte, di potere e di arrivismo, al bambino non resta che fuggire da quel “vuoto insopportabile del vivere in una famiglia senza altre fantasie che il fare compere, lavare la macchina e scambiarsi convenevoli” come dice James Hillman, e forse uno dei modi di fuggire è proprio quello di rimanere eterni fanciulli.

Fuggire sì, ma dove?

Fuggire dunque non tanto dalle responsabilità, ma da quell'unico modello di mondo adulto che ha eliminato l'entusiasmo, la gioia delle relazioni e dello scambio con l'altro, dove la bellezza è diventata sinonimo di magrezza, la vecchiaia “curata” con il bisturi e la sessualità “medicalizzata” con farmaci e specialisti. Così il Peter Pan sembra fuggire da un certo tipo di mondo senza però riuscire ad immaginarne uno nuovo con altri valori e punti di riferimento e forse è proprio da qui che bisognerebbe partire affinché l'entrata nel mondo adulto diventi un accrescimento e un evoluzione – e non lo spegnimento- di quell'entusiasmo che ogni bambino possiede in sé e che ogni adulto dovrebbe ricordare per assaporare almeno un frammento di quel paesaggio interiore chiamato serenità.

Proprio grazie alle sue caratteristiche di ottimismo, grinta e instancabilità, l'eterno Peter Pan è spesso ben inserito in ambito lavorativo, in una società, come quella attuale, incurante del lato interiore ed emozionale.

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