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Difficoltà a perdere peso? Potresti essere intollerante!

dieta per intolleranze alimentariUn italiano su tre soffre di un'intolleranza alimentare. Il dato è in crescita e non tiene conto di chi non ne è consapevole. Eppure, tanti sono i disturbi che possono farci sospettare di quella che viene anche definita “allergia alimentare ritardata”. Uno dei più comuni è la difficoltà a perdere peso. Se non riuscite in nessun modo a buttare giù i chili in eccesso, è il caso di indagare in questa direzione. Ma anche frequenti mal di testa, gonfiori addominali, difficoltà digestive, e perfino rinite allergica e artrite reumatoide possono avere alla base un'intolleranza alimentare. L'assunzione ripetuta di un alimento a cui siamo sensibili produce uno stato infiammatorio generale, da cui è facile che si scatenino diversi disturbi. La buona notizia è che si può guarire. A parlarcene è il dottor Luca Speciani, autore insieme al fratello Attilio di diversi trattati sulle allergie alimentari ritardate e, in particolare, sul loro effetto sul peso.

Dottor Speciani, in che modo le intolleranze alimentari incidono sui problemi di sovrappeso?

Generano infiammazione nell'organismo, da cui deriva produzione di resistina, chemerina e altre sostanze che inducono resistenza insulinica e, di conseguenza, squilibri nell'accumulo dei grassi. L'organismo tenderà a immagazzinare in modo anormale le cellule adipose, difficili poi da eliminare anche con le normali strategie alimentari e di esercizio fisico.

Quanto è diffuso questo problema?

Per tanti anni si è pensato addirittura che le intolleranze non esistessero; sono state ufficialmente riconosciute dal mondo scientifico solo nel 2004, quando è stato dimostrato che coinvolgono un particolare tipo di anticorpi, gli IgG (immunoglobuline di tipo G). Se i dati ufficiali parlano di un 35% di popolazione intollerante, a mio parere c'è un'ampia fetta di italiani che ne soffre ma non ne è consapevole, perché non presenta i sintomi o perché non li associa al problema.

Che differenza c'è tra allergie e intolleranze?

Bisogna distinguere tra deficit enzimatici, intolleranze e allergie. Nel primo caso, all'individuo manca un determinato enzima per digerire certi alimenti. È il caso di chi, per esempio, non possiede l'enzima lattasi e non è in grado quindi di digerire il lattosio. Queste persone vengono definite comunemente “intolleranti al lattosio”, ma la definizione non è corretta: un conto è non avere l'enzima per digerire, altra cosa è essere sensibili a una sostanza. Nel primo caso, la mancanza dell'enzima non rende superabile la situazione, se non eliminando gli alimenti che necessitano di quell'enzima per essere digeritiNelle intolleranze, invece, il problema è l'accumulo di una sostanza nell'organismo, conseguente a un suo consumo eccessivo, e si può superare con una dieta mirata, a seguito della quale si può tornare a consumare l'alimento “incriminato”. Altro caso ancora è l'allergia, dove anche una piccolissima porzione di cibo provoca una reazione istantanea dell'organismo. Nel caso delle intolleranze, non è la singola dose, ma la quantità accumulata nel tempo a scatenare i disturbi, per questo si definiscono anche “allergie ritardate”, al contrario delle “vere” allergie, anche dette “allergie immediate”.

Cosa dovrebbe farci sospettare di soffrire di un'intolleranza alimentare?

Alla base di qualunque intolleranza c'è uno stato infiammatorio che può colpire diverse aree: l'apparato respiratorio (rinite allergica, asma da sforzo, asma da polline), quello gastrointestinale (gonfiori, meteorismo, diarrea o stipsi, gastriti, ulcere), quello muscolare (stanchezza diffusa e cronica), le articolazioni (artrite reumatoide, problemi alle ossa) e la pelle (pruriti, dermatiti, arrossamenti). Altri sintomi tipici sono l'emicrania, e, come detto, il sovrappeso.

Quali sono le più diffuse e come possiamo prevenirle?

In Italia sicuramente le intolleranze al glutine (da non confondere con la celiachia, caso di deficit enzimatico acquisito), ai latticini e ai lieviti. Non a caso, sono anche gli alimenti che consumiamo di più! In Giappone, per esempio, le intolleranze più diffuse sono quelle al riso e alla soia. Questo non fa altro che confermare che il problema di fondo è che mettiamo in tavola sempre le stesse cose. L'unica prevenzione possibile è la varietà della dieta, quindi non solo frumento e riso (che comunque si dovrebbero scegliere integrali) ma anche quinoa, grano saraceno, segale, orzo, mais, miglio. Dovremmo poi consumare più legumi e variare anche le qualità di semi oleosi: noci, nocciole, mandorle, noci pecan, semi di girasole, noci del Brasile, arachidi. Cambiare molto ci tiene lontani dall'accumulo e ne potremo trarre anche un immediato beneficio in termini di energia.

Ci spiega bene come superarle?

Con una dieta di rotazione: si inizia con 5 giorni a settimana “puliti” e 2 giorni “liberi”, di solito la domenica e il mercoledì. Se l'intolleranza è a uno stadio grave, anche nel giorno libero l'alimento sarà introdotto solo in minime quantità per poi aumentare gradualmente nel tempo. I giorni puliti devono essere realmente tali. Quindi, per fare un esempio, nel caso di un'intolleranza al lattosio bisogna eliminare non solo latte e derivati, ma anche tutti quei prodotti che ne contengono, come il prosciutto cotto o certi panini da supermercato. In questa maniera, il corpo respira un po' e lentamente la situazione andrà a riequilibrarsi. L'obiettivo è una reintroduzione graduale, poiché non stiamo parlando di cibi malsani di per sé e non dovrebbero essere quindi eliminati del tutto.

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